XXVIII Domenica del T.O. anno A

            L’abito nuziale

Ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati
sono  già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”.
Ma quelli non se ne curarono!

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Negli anni in cui l’Italia era ancora cattolica, la Santa Messa domenicale era un appuntamento a cui non si poteva mancare. Richiedeva, inoltre, una preparazione adeguata: una buona “confessione” e il rispetto scrupoloso delle ore canoniche necessarie per poter ricevere la “comunione”. Soprattutto, bisognava presentarsi vestiti decentemente, lasciando il consunto abito feriale per indossare l’abito della domenica. Anche i poveri sentivano che dovevano andare alla Messa con il vestito speciale che si usava solo per quella occasione.
Questa speciale attenzione nasceva forse dal presente brano evangelico: “…il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale, allora ordinò ai servi: legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti.” (dal Vangelo secondo Matteo)

E’ evidente che il fine di questa parabola non è il vestito degli invitati. Il Re invita a rendere omaggio di quel dono che offre a tutti, cioè l’invito al pranzo di nozze, affinché venga riconosciuta la bellezza della vita, nel brano evangelico evidenziata dal matrimonio.
Non è una questione di umiltà il presentarsi per quello che si è, e neppure lo sdegnarsi per il trattamento di essere umiliati, bensì è il saper cogliere la grandezza dell’evento e, conseguentemente, corrispondervi con un’adeguata condotta.
E’ il paradigma che rimanda al dono della vita. Pensiamo alla propria vita, e del modo in cui la presentiamo al Buon Dio nel momento della chiamata finale: se bianca e pura, come l’abito della domenica, l’invito al banchetto (il paradiso) è confermato; viceversa, se trasandata e sporca, le tenebre (l’inferno) sono il luogo dove si è destinati. Purtroppo è così, tant’è vero che il Vangelo di oggi termina con una frase lapidaria: “perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.” Come a dire che abbiamo bisogno di stare attenti perché l’ultimo giorno arriva per tutti, molti se ne rendono conto, ma pochi sanno coglierne il senso: “…e si dirà in quel giorno: “ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse.” (dal Libro del profeta Isaia)
La salvezza, però, avviene grazie alla redenzione operata con l’Incarnazione.
Da parte nostra occorre riconoscerla e questo “significa innalzare un trono (per il Re della vita) nella nostra anima, significa sottomettersi interamente al suo sovrano dominio.” (Padre Raymon de Thomas de Saint Laurent).
Allora tutto viene compreso, anche il salmista che scrive: “…il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia.” (dal Salmo 22)
La vita così scorre sicura, quelle acque tranquille sono un fiume profondo che lentamente và, portando benessere e vita a sua volta. Certo, non mancheranno i temporali, gli eccessi, naturali o provocati, però con l’aiuto e con il sostegno nel comun vivere, tutto può essere superato ed accettato, perché: “…tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.” (dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi)
E’ significativa questa considerazione dell’apostolo: se ci affidiamo alla volontà del Buon Dio, nulla verrà meno. Troveremo sempre la forza per andare avanti, sicuri di trovare aiuto e consolazione nelle cose che possiamo e dobbiamo fare.
San Giovanni Bosco diceva: “fate quello che potete; Dio farà quello che non possiamo.” Occorre, però, saper corrispondere alla sua volontà, occorre non solo partecipare con l’abito nuziale (quello della domenica), serve condividere, pienamente, la gioia degli sposi.
Is 25,6-10a  /  Sal 22(23)  /  Fil 4,12-14.19-20  /  Mt 22,1-14
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