L’abito
nuziale
Ho
preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati
sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle
nozze!”.
Ma quelli non se ne curarono!

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Negli
anni in cui l’Italia era ancora cattolica, la Santa Messa domenicale era un
appuntamento a cui non si poteva mancare. Richiedeva, inoltre, una preparazione
adeguata: una buona “confessione” e il rispetto scrupoloso delle ore canoniche
necessarie per poter ricevere la “comunione”. Soprattutto, bisognava
presentarsi vestiti decentemente, lasciando il consunto abito feriale per
indossare l’abito della domenica. Anche i poveri sentivano che dovevano andare
alla Messa con il vestito speciale che si usava solo per quella occasione.
Questa
speciale attenzione nasceva forse dal presente brano evangelico: “…il re entrò
per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale,
allora ordinò ai servi: legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre,
là sarà pianto e stridore di denti.” (dal Vangelo secondo Matteo)
E’
evidente che il fine di questa parabola non è il vestito degli invitati. Il Re
invita a rendere omaggio di quel dono che offre a tutti, cioè l’invito al
pranzo di nozze, affinché venga riconosciuta la bellezza della vita, nel brano
evangelico evidenziata dal matrimonio.
Non
è una questione di umiltà il presentarsi per quello che si è, e neppure lo
sdegnarsi per il trattamento di essere umiliati, bensì è il saper cogliere la
grandezza dell’evento e, conseguentemente, corrispondervi con un’adeguata
condotta.
E’
il paradigma che rimanda al dono della vita. Pensiamo alla propria vita, e del
modo in cui la presentiamo al Buon Dio nel momento della chiamata finale: se
bianca e pura, come l’abito della domenica, l’invito al banchetto (il paradiso)
è confermato; viceversa, se trasandata e sporca, le tenebre (l’inferno) sono il
luogo dove si è destinati. Purtroppo è così, tant’è vero che il Vangelo di oggi
termina con una frase lapidaria: “perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.”
Come a dire che abbiamo bisogno di stare attenti perché l’ultimo giorno arriva
per tutti, molti se ne rendono conto, ma pochi sanno coglierne il senso: “…e si
dirà in quel giorno: “ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci
salvasse.” (dal Libro del profeta Isaia)
La
salvezza, però, avviene grazie alla redenzione operata con l’Incarnazione.
Da
parte nostra occorre riconoscerla e questo “significa innalzare un trono (per
il Re della vita) nella nostra anima, significa sottomettersi interamente al
suo sovrano dominio.” (Padre Raymon de Thomas de Saint Laurent).
Allora
tutto viene compreso, anche il salmista che scrive: “…il Signore è il mio
pastore, non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque
tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia.” (dal Salmo 22)
La
vita così scorre sicura, quelle acque tranquille sono un fiume profondo che
lentamente và, portando benessere e vita a sua volta. Certo, non mancheranno i
temporali, gli eccessi, naturali o provocati, però con l’aiuto e con il
sostegno nel comun vivere, tutto può essere superato ed accettato, perché: “…tutto
posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte
alle mie tribolazioni.” (dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi)
E’
significativa questa considerazione dell’apostolo: se ci affidiamo alla volontà
del Buon Dio, nulla verrà meno. Troveremo sempre la forza per andare avanti,
sicuri di trovare aiuto e consolazione nelle cose che possiamo e dobbiamo fare.
San
Giovanni Bosco diceva: “fate quello che potete; Dio farà quello che non
possiamo.” Occorre, però, saper corrispondere alla sua volontà, occorre non
solo partecipare con l’abito nuziale (quello della domenica), serve
condividere, pienamente, la gioia degli sposi.
Is 25,6-10a / Sal
22(23) /
Fil 4,12-14.19-20 / Mt 22,1-14
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