VEDERE CON IL CUORE
Quando ero bambino mi mettevo alla prova con un gioco rischioso: percorrere il solito tragitto per arrivare a casa con gli occhi chiusi. Volevo verificare se riuscivo a tirare dritto senza deviare e se sapevo calcolare i passi necessari al fine di giungere al cancello del cortile. Puntualmente andavo a sbattere, ma era un problema solo tutto mio, era un gioco. In compenso, mi permise di capire che non basta la mente per vedere, occorrono gli occhi per andare sicuri. Con gli anni ho poi capito che si può vedere anche con il cuore. Come? Come dice l’Apostolo: “…comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.” (Lettera di San Paolo agli Efesini)
Evidente che non trattasi di luce di lampada o di pila, ma di quella luce a cui accediamo fin dal giorno del nostro battesimo, quando i nostri genitori accesero la candela al fuoco del cero pasquale. Con la grazia dello Spirito Santo, è la luce che ci guida alla carità delle opere buone e alla verità che viene svelata da Gesù Cristo. Da qui scaturisce la capacità di vedere lontano, di sapere che le buone intenzioni non bastano se non sono consolidate con la bontà di cuore. Sapendo, però, che “tutta la nostra bontà è un prestito, perché Dio è il proprietario.” (San Giovanni della Croce) In questa logica, le opere da compiersi sono necessarie per proclamare la verità sull’uomo. La responsabilità di ciascuno è, perciò, fondamentale in forza dei talenti che il buon Dio ha incluso nel nostro DNA.Lo dice anche il famoso salmo 22: “…il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…rinfranca l’anima mia.”
Siamo il suo gregge, ma nessuno è un numero, ognuno ha il suo numero e quando non riesce a stare al passo, perde terreno, si perde, ecco che viene, come un pastore, a cercarci, a rianimarci e “non c’è da temere che la mia felicità passi, perché Dio ne è l’unico oggetto ed Egli non cambia.” (Santa Elisabetta della Trinità)
Per arrivare a tale consapevolezza, per sentire nella mente, nel cuore, dentro di sé, il fuoco della felicità bisogna, però, mettersi in gioco e lasciarsi fare, come se nel colloquio fra Gesù ed il cieco nato, al posto di quest’ultimo ci fossi io, ci fossi tu: “…tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: E chi è, Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: Lo hai visto: è colui che parla con te. Ed egli disse: Credo Signore! E si prostrò dinanzi a lui.” (dal Vangelo secondo Giovanni)
Quante volte nel corso della vita abbiamo avuto
l’opportunità di un simile incontro personale con Gesù, con la grazia della
fede? Quante volte siamo stati capaci di prostrarci dinanzi a lui? Quante
volte, invece, con un’alzata di spalle, abbiamo preso un’altra direzione.
Eppure, Il Signore ci dice di non fermarci alle occasioni perdute perché,
volendo, possiamo ritornare a vedere con una luce diversa ciò che ci sta
attorno. Infatti, insiste: “…non guardare al suo aspetto né alla sua
statura…l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.” (dal primo Libro
di Samuele)
E’ un criterio che dovremmo adottare nel
rapportarci con il mondo, con le persone che la vita ci fa incontrare, con gli
avvenimenti che si susseguono in modo incalzante e non in positivo.
I nostri occhi, infatti, vedono solo ciò che ci
sta davanti: ingiustizie nelle aule dei parlamenti e dei tribunali; ingiustizie
nei cuori di donne e di uomini che rigettano il dono della vita; ingiustizie
nei rapporti tra i popoli che al diritto e al dialogo antepongono la forza
delle armi, sempre più distruttive; ingiustizie nei confronti di chi ha bisogno
solo di cure e di protezione.
Non c’è scampo, dobbiamo ritornare a guardare
con il cuore, dobbiamo porre in atto un restauro della bellezza che il tempo,
l’uso e quant’altro hanno sbiadito.
Quel restauro che è immagine di un’altra
bellezza ancora più importante, quella dell’anima. La propria! Coraggio, Gesù
al cieco ha donato la vista, a noi dona sé stesso.
1Sam 16,1b.4.6-7.10-13 / Sal
22(23) /
Ef 5,8-14 / Gv 9,1-41
digiemme
