La Vita e la Morte
Signore, se
tu fossi stato qui,
mio fratello non sarebbe morto
“Vorrei sapere a che cosa è servito vivere, amare, soffrire, spendere tutti i tuoi giorni passati, se presto hai dovuto partire”. E’ una strofa di una canzone dei Nomadi per ricordare un’amica. E’ una constatazione che, in cuor nostro, ci sovrasta davanti ad una vita che finisce, soprattutto di una persona cara. C’è quanto basta per fissare il vuoto che cerca d’inghiottirci, perché la morte è un mistero che sgomenta. C’è da non capire il perché del nascere se il tutto della vita che s’intravede deve inesorabilmente tramontare, svanire alla vista di chi ancora rimane a vivere. I filosofi, i pensatori, al riguardo, si sbizzarriscono, io non riesco a seguirli, a studiarli; io riesco solo a leggere, ad ascoltare, in cuor mio: “…Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.” (dal Vangelo secondo Giovanni)
Io penso e faccio come Marta, pronto a corrergli incontro ogni qualvolta si rinnova il sacrificio incruento sul suo altare, durante la Santa Messa. Perché “la verità non cambia; ciò che può cambiare è la nostra fedeltà ad essa”. (San Massimiliano Kolbe)E’ questo il punto: il non essere in grado di perseverare nel corso della vita come si conviene ad un vero discepolo. D’altronde, se fra i suoi primi seguaci ci fu chi lo tradì, chi lo rinnegò, chi fuggì, allora non meraviglia che anche oggi c’è chi getta la tonaca, chi si lascia abbagliare dall’omoeresia, chi giustifica i pro-aborto, chi rompe con la Tradizione e via di seguito. Tanto che è più che attuale il monito dell’apostolo: “…Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio”. (dalla Lettera ai Romani di San Paolo Apostolo)
Certo che è difficile resistere ai richiami della carne, a non lasciarsi coinvolgere in azioni e luoghi dove, a prima vista, tutto sembra assecondare il bisogno di un bene diffuso, a livello personale come in quello sociale. Dove il diritto alla felicità s’impone come esigenza che superi ogni ordine stabilito dalla legge naturale, stabilita da Dio, dimenticandosi che “Dio è infinito non perché sta in qualche luogo, ma perché tutto è in Lui”. (Sant’Ilario di Poitiers)
Se è così, ed è così, possiamo infine comprenderlo solo perché in noi è stata riversata la grazia della fede con il Battesimo, come aveva anticipato il profeta: “…Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”. (dal Libro del profeta Ezechiele)
So bene che queste parole erano rivolte al popolo di Dio, al fine di ridonare fiducia ed alleanza dopo idolatrie ed abbandoni della sua Legge. Vale anche per noi. A volte siamo persuasi di poter fare tutto da noi soli, lo scrive anche William Shakespeare: “non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi”.
Niente di più sbagliato, se si pensa di dipanare i nodi della vita senza un ritorno all’origine, all’autore che ha pensato e voluto la nostra vita.
E’ quello spirito che dà forza al salmista quando canta: “…l’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora”. (dal Salmo 129)
E’ un’immagine eloquente, che esprime lo stato d’animo di chi ha vissuto tale esperienza: fare la guardia, la ronda, nel silenzio della notte, nelle tenebrose ombre dei pericoli, accentua la tensione, la stanchezza e solo il chiarore dell’alba offre sollievo e speranza, offre meraviglia per la luce che tutto cambia. Ecco, è questo che avviene quando si sta nel peccato, quando la morte incombe, eppure sai bene che il Regno di Dio è lì, ad un allungo di una mano, e non costa nulla, se non esattamente quanto hai in quel momento. Poco o tanto, non conta, serve solo entrare in sé stessi e riuscire, fievolmente, dire, come Marta, “credo Signore”.
Allora la vita e la morte saranno il portale della felicità in eterno, come avvenne per Lazzaro.
digiemme
