sabato 14 luglio 2018

LA POLVERE DEI CALZARI


XV Domenica T.O.(Anno B)
Efrem il Siro così si rivolgeva a Dio: “Signore e Sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, di scoraggiamento, di dominio e di vana loquacità! Concedi invece al tuo servo uno spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di carità.” Possiamo ben associare questo pensiero, questo proposito, questa preghiera ad ogni uomo che sente la chiamata al servizio di Dio. Sicuramente sarà stato così anche per il profeta Amos: “…il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge…”. Un uomo che viveva la sua vita in semplicità accontentandosi della sua famiglia, della sua terra, ma ecco che gli viene chiesto di mettersi davanti al gregge, di fare veramente il pastore perché le perdite non possono più essere accettate. Allora come oggi.
Al punto che non sappiamo più a chi dare ascolto. Un vescovo dice una cosa, una conferenza episcopale un’altra; un ordine religioso va in una direzione, l’altro in una opposta; chi dice che nessuna chiesa dev’essere svenduta, chi invece è disposto a trasformarle in moschee pur di…Ma che diavolo! Si capisce, allora, il perché del Salmo che s’interroga: 
“…forse per sempre sarai adirato con noi, di generazione in generazione riserverai la tua ira? Non tornerai tu a ridarci la vita? Perché in te gioisca il tuo popolo?”
Come dire, che se proseguiamo così quale gioia potremo mai sperimentare nel parlare della vita che pare sempre più in balia dei padroni del mondo. Come gioiremo nella liturgia del Signore se sempre più viene trasformato in una liturgia dell’uomo come i signori del mondo vogliono.
Eppure San Paolo nella sua lettera agli Efesini non demorde:
“…in Lui, Gesù Cristo, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della grazia.”
L’ira del Signore è superata da quella ricchezza, di generazione in generazione, ma il suo sacrificio, quello che si rinnova, sempre, su questo altare è, sempre, necessario per aiutarci a comprendere l’immenso dono della redenzione che ci viene offerto.
Se comprendiamo questo passaggio che mette in moto la trasformazione della nostra vita, perché chiamati, allora anche noi cominceremo ad avere compassione per chi ci sta intorno, anche perché “la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai” (Mt 9,37). Ci chiama, allora, oggi, Gesù come operai e ci dice pure come offrire il nostro lavoro:
“…se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro.”
La testimonianza che in primis dobbiamo portare sta nella coerenza con il messaggio della Buona Novella che deve essere vissuto nel nostro modo di essere nella vita di tutti i giorni. Al bando l’ostentazione di ricchezza (non portate denaro, né due tuniche); senza preoccuparsi più di tanto del domani (non prendere né pane, né sacca); con semplicità, come portando solo dei sandali; proclamando sempre e solo la conversione. Se poi tutto questo non sarà accettato o addirittura ostacolato le conseguenze sono quelle che riporta il Vangelo. La polvere dei nostri calzari sarà rilasciata non come terra pestata o infangata, ma come pulviscolo che aleggerà intorno posandosi di volta in volta. Nessuno se ne accorge, solo un raggio di sole mattutino ne rivela l’esistenza. Sufficiente, comunque, per coglierne l’antica bellezza in uno spettro di rimembranze che spingono all’incontro verso chi non smette mai di chiamare. Anche e, forse, soprattutto, attraverso la polvere dei nostri umili sandali.
Am 7,12-15 / Sal 84(85) / Ef 1,3-14 / Mc 6,7-14

digiemme


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