domenica 7 maggio 2017

L’ABBONDANZA DELLA VITA



Quarta domenica di Pasqua(Anno A)
L’immagine del buon Pastore che chiama le sue pecore per nome è di una poesia unica: “…Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori…”.
E’ facile aggiungere l’iconografia che vede Gesù con sulle spalle l’agnellino e il quadro è terminato. Qualsiasi profilo di facebook, o quasi, lo utilizzerebbe senza esitazione.
Noi, invece, dobbiamo guardare, o meglio, ascoltare questo passo del Vangelo come un diretto riferimento alla propria persona.
E’ proprio il mio nome, il tuo nome che vengono declamati, è proprio davanti a noi che Gesù cammina. Come ad indicarci il pascolo presso cui andare a rifocillarsi  ed è un grande “prato verde dove nascono speranze…” come cantava Gianni Morandi.
Bene s’innesta, quindi, il Salmo: “…anche se vado per una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me…”. Spesso, e volentieri, purtroppo, quei pascoli erbosi si trasformano, nella vita, in strette e buie gole, minacciose di pericoli, d’imboscate, di guerriglie, di fronte cui si trema e si dispera di saper o poter proseguire.
Ma se con me c’è Gesù, cioè, se vivo con il suo nome sulle labbra tutti i giorni, riuscirò a superare le tenebre oscure del male, del peccato, del tentatore ed uscire sull’ampia vallata dove potrò vivere secondo le indicazioni di Pietro: “…ma se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza. ciò sarà gradito davanti a Dio…”. (1Pt)
Fare il bene è condizione essenziale perché quell’ampia vallata possa continuare a rifiorire. Abbiamo, perciò, cura della terra in cui viviamo, con i nostri agglomerati, con le nostre famiglie. E fa niente se per rispondere a questa chiamata bisogna lottare e sopportare con pazienza ogni sofferenza.
Anzi, ascoltiamo attoniti: “…salvatevi da questa generazione perversa…”. (At).
Quanto è mai attuale tale monito. Non è forse una generazione perversa quella che volutamente e deliberatamente decide di sfasciare la famiglia? Che innalza a modello di amore unioni contro natura? Che decide chi deve nascere e chi deve morire? Chi non è degno di vita come i down e chi merita una “dolce morte” perché vecchio? Questa è una generazione da cui bisogna fuggire, salvarsi, lottando, appunto, affinché riemerga la consapevolezza che l’uomo non può ergersi a Dio salvo condannarsi all’autodistruzione. E se desideriamo salvarci non ci resta che imboccare l’unica porta che salva: “…Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.” (Gv).
C’è per tutti una sola vita, sempre Morandi in una sua canzone dice “…si vive una volta soltanto”, come può, quindi, esserci la vita in “abbondanza”?
I grappoli della vite indicano questo segno di moltiplicazione: gli acini di uva formano un unico frutto che matura e si trasforma, lavorato dall’uomo, nell’abbondanza del vino.
Così la vita di ciascuno di noi, unica, matura e si trasforma, lavorata dall’Amore, nell’abbondanza del premio eterno.
At 2,14a.36-41 / Salmo 22(23) / 1Pt 2,20b-25 / Gv 10,1-10

digiemme

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