sabato 21 maggio 2022

L’UMILE DIMORA

Sesta Domenica di Pasqua  (Anno C)

Se uno mi ama,osserverà la mia parola

Che ci si veda entrare in una cattedrale o in una chiesetta di campagna, quando il ginocchio si piega al pavimento mentre il segno della croce saluta il proprietario del tempio, nulla cambia, o dovrebbe cambiare, di ciò che attrae l’occhio e va al cuore, rispetto agli spazi, agli arredi, all’arte, al silenzio che in quei luoghi si possono trovare. Potrebbe essere tutto indifferente, trattandosi solo di pietre e sassi (cattedrale di pietre e sassi, mille statue che toccano il cielo … cantava Fausto Leali), eppure: “… in essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.” (dal Libro dell’Apocalisse di S. Giovanni Apostolo)
Nella città di Dio, nella Gerusalemme che cala dall’alto non occorrono più chiese e campanili, edicole ed oratori, santuari e cattedrali. Perché queste sono il frutto di un desiderio passeggero o qualche cosa che si può realizzare con la volontà. Nulla da eccepire, le loro fondazioni possono essere anche molto profonde, poggiare sulla predicazione degli apostoli, sulla confessione di fede dei santi. “Per questo i templi di Dio sono anche i monumenti dei suoi santi, che hanno faticato, ma non invano, poiché altri hanno ereditato i frutti della loro fatica.” (Beato John Henry Newman)

Per questo si può comprendere perché fin dall’inizio si ragionava in un certo modo:“… ci è parso perciò, tutti d’accordo di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo.” (dagli Atti degli Apostoli)
Con questo criterio di operatività, di confronto, docili allo Spirito, a lungo andare la testimonianza ha dato frutto, si è fatta Chiesa. Ora, sappiamo bene che l’uomo, però, con le sue solo forze non può vedere e far vedere Dio, per questo occorre che:“… Dio abbia pietà di noi e ci benedica … perché si conosca la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.” (dal Salmo)
Ecco l’importanza della benedizione e, siccome siamo duri di cervice, di tante benedizioni affinché si possa veramente indicare la via che porta al Paradiso a tutti quelli che incontriamo, che, sostanzialmente altro non è che salvezza eterna di cui si dice nel Salmo. Inoltre, parliamoci chiaro, se Dio vuole, nell’abisso della sua volontà, si lascia vedere o sentire da chi vuole, quando vuole e come vuole. Come? “… se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” (dal Vangelo secondo Giovanni)
Dio ha potere su tutti e su ogni cosa. Si rese un tempo accessibile in visione profetica per mezzo dello Spirito, si lascia conoscere attraverso il Figlio, donandoci l’adozione a figli, attraverso la quale sperimentiamo la sua vicinanza, proprio come un padre, come lo fu San Giuseppe. Già partendo da questa constatazione, si capisce come il dono della vita che abbiamo ricevuto sia protetto e coltivato, (“il Signore ha messo un seme nella terra del mio giardino, il Signore ha messo un seme nel profondo del mio mattino …”si cantava negli anni ’70), come nessuno può, perciò, disporre arbitrariamente della vita degli altri.
Perché, in fin dei conti, la vita di ogni uomo, il corpo di ogni persona è sacro, in quanto può diventare proprio la dimora dell’Amore. Quello dello Spirito che prepara gli uomini nel Figlio, il quale conduce al Padre. E il Padre dona la vita eterna e l’incorruttibilità che derivano proprio dalla visione di Dio, quanto meno nella vicinanza di cuore che ci è permessa dall’ascolto della Parola e dell’accesso conseguente ai Sacramenti. Si capisce ora perché non possiamo squalificare il nostro corpo, in queste povere membra può dimorare e risplendere l’Amore. Rifiutare questo o quel corpo, ucciderlo, manipolarlo, sfruttarlo, calpestandone la dignità è un atto sacrilego. Accettarlo, anche nella sofferenza, soprattutto pensando a Gesù che l’ha presa su di sé una volta per tutte e per tutti, ecco questo basta perché ne comprendiamo, in umiltà, il valore.

At 15,1-2.22-29 / Sal 66(67) / Ap 21,10-14.22-23 / Gv 14,23-29
digiemme

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