mercoledì 1 marzo 2017

DIARIO DI UN PELLEGRINO:BELORADO – SAN JUAN DE ORTEGA 7 Agosto 2009

Sveglia alle 6,30 – Piove a dirotto – San Gaetano pensaci tu.
Che mi risponde con il Salmo 83 :
“Beato l’uomo che trova in Te il suo rifugio
e ha le tue vie nel suo cuore…
Cresce lungo il cammino il suo vigore.”
Alle 7,00 pioviggina ed allora, zaini in spalla, mantellina sugli zaini e via, uscendo da Belorado attraverso il ponte sul rio Tiron che segna il confine del paese.
Testa bassa, in silenzio, sul sentiero che costeggia piantagioni di alberi da frutto, ogni tanto un cartello “non prendere, veleno”, fino al paese di Tosanto che lasciamo sulla destra. Avremmo potuto visitare l’Ermita del la Virgen de la Pena (Vergine della Roccia), ma era troppo presto, l’avremmo trovata chiusa, perciò non valeva la “pena” arrampicarci a mezza costa delle rocce dove si trova incastrata. Dicono che l’interno della chiesa sia appunto ricavato nella roccia. Certo che vista da lontano fa proprio effetto.
Si prosegue, intanto smette di piovere, il cielo è ancora coperto, fa freschino e si cammina bene.
A Villambista facciamo colazione, non ci sono in giro altri pellegrini, passiamo da Espinosa del Camino ed arriviamo, intorno alle 10,30, a Villafranca Montes de Oca.
Questo luogo è importante perché nel medioevo era sede episcopale e fin da allora un punto cruciale per aiutare i pellegrini ad attraversare i pericolosi Montes de Oca. Allora i boschi e gli anfratti che ancora oggi contraddistinguono questo altopiano, erano uno spauracchio per via delle belve e dei briganti che vi trovavano rifugio.
Dopo un attenta supervisione sul proseguo del tragitto e dopo aver visto lo strappo che dovevamo affrontare appena dopo la svolta della piazza del paese, un veloce dietrofront ci ha portati in un bar-bottega dove ci siamo seduti al tavolino per decidere il da farsi.
Non sto ancora bene, forse ho ancora la febbre, di sicuro l’infiammazione ai reni si sente. Siamo ai 770mt di Villafranca e dovremo arrivare ai 1150mt di San Juan, fa freddo (siamo intorno ai 10gradi) e l’attraversamento dei monti, in caso di necessità, non offre soluzioni ed opportunità adeguate per una eventuale situazione di emergenza.
Nel frattempo la “senora” del banco fra un cliente e l’altro ci porta due sfilatini alla mortadella mica da ridere. Nella bottega c’è un po’ di tutto, un piccolo bazar, e ne approfittiamo per fare spesa. Chiediamo, pure, informazioni circa i trasporti pubblici di linea per Burgos e scopriamo che proprio davanti al bar si ferma una corriera verso mezzogiorno.
Decidiamo così di aspettarla e di farci portare fino ad un paese distante 5km da San Juan. Ammazziamo il tempo di attesa parlando con la gente del posto che viene a fare la spesa e con un signore, in particolare, che parla bene l’italiano perché ha lavorato in Italia. Il ritardo del pullman viene così dimenticato senza nervosismi e riusciamo anche a farci capire dall’autista che al momento giusto ci dice dove dobbiamo scendere.
E riprendiamo il cammino, un’ora e mezza ed entriamo sul piazzale, in terra battuta, delimitato dal complesso architettonico del Monastero di San Juan de Ortega.
Avete presente quando entrate a Villareale di Cassolnovo, ecco il villaggio ha più o meno la stessa dimensione, vi abitano abitualmente 25 persone, vi è un solo bar, una fontana, e l’Albergue.
Veniamo accolti da un giovane hospitalero che ci dà tutte le istruzioni per un buon pernottamento. Non c’è affollamento, ci prendiamo due brande a castello, una “fredda” doccia, e pronti per un pomeriggio…da turisti.
Si fa per dire, perché il paesello l’abbiamo girato in tre minuti, al bar abbiamo consumato il minimo, chiedendo per la cena della sera. Il pranzo, al sacco, ce lo siamo servito presso la fontana ed il resto del tempo è stato impiegato per visitare la chiesa. L’abazia è notevole dal punto di vista architettonico e pure da quello spirituale.
L’originaria struttura romanica ha visto, nel tempo, modifiche di influsso gotico che rendono piacevole lo stare a guardare l’insieme di questo Santuario che invita alla contemplazione e alla preghiera al cospetto del mausoleo del Santo.
E nel guardare verso l’alto, verso le alte volte gotiche si va alla ricerca del “famoso” capitello romanico raffigurante l’Annunciazione e altre scene legate alla natività, perché è detto “del miracolo della luce”.
Avviene, infatti, che nei giorni vicini agli equinozi di primavera e di autunno (21 Marzo, 22 settembre) sul far del tramonto un raggio di luce crepuscolare lo illumini direttamente. Il fenomeno non può essere casuale, perché il raggio di sole riesce ad entrare, con la giusta angolazione, attraverso la finestra sinistra della facciata della chiesa.
Come ben sappiamo il 25 marzo è la festa liturgica del concepimento di Gesù Cristo e in questo modo gli architetti hanno voluto rendere grazie e gloria a questo evento, disponendo le loro conoscenze tecniche, circa la direzione dei raggi solari che toccano in maniera distinta uno stesso luogo, a seconda dell’inclinazione terrestre rispetto al sole, in base alla stagione. Quando si dice: anche i tecnici, se ben istruiti sanno cogliere la possibile congiunzione dalla grezza pietra e dalla neutra natura per trasformarli in un inno alla vita in una dimensione spirituale, quasi liturgica.     
Al centro della chiesa è sepolto San Juan de Ortega, che qui si ritirò in eremitaggio dopo il pellegrinaggio in Terra Santa. Vi costruì una cappella a San Nicola di Bari come ringraziamento per la protezione ricevuta durante un naufragio in ritorno da Gerusalemme. Si diede molto da fare, unitamente a Santo Domingo, di cui divenne discepolo, per aiutare i pellegrini verso Santiago, costruendo strade, ponti ed, appunto, questo monastero come luogo di preghiera e di sollievo per tutti i viandanti.
Anche l’attuale parroco continua quest’opera ed è, infatti, molto ricercato per l’assistenza spirituale e non che rivolge a coloro che si fermano a San Juan. Quel giorno era assente e, quindi, non abbiamo “preso” Messa.
In compenso, non è venuto meno l’appuntamento classico di questo punto tappa: la famosa e rinomata “zuppa d’aglio” che viene offerta a cena da parte del “Refugio”. E’ un modo semplice, con un piatto povero e semplice, per mettere insieme, allo stesso tavolo, gente di ogni dove, di fare comunione e di condividere quanto ogni mette di suo.
Beh! La zuppa l’ho mangiata con i denti alzati e mi è rimasta sullo stomaco per tutta la sera e anche la notte, tanto più che saltammo anche il resto della cena perché si scatenò un temporale mica da ridere e proprio nel momento clou del nostro turno per essere serviti nel famoso unico bar del villaggio la “luce” se ne andò e restammo al lume di candela, cioè al buio.
Quando la “corrente” ritornò, il gerente bar, sconsolato e un po’ balordo, decise di chiudere e così dovemmo fare ricorso alle ultime briciole dell’avanzo del pranzo odierno: decisamente non sufficiente per aiutarmi a digerire la fantomatica “zuppa d’aglio”.
Di buono c’è che il resto della serata, all’ombra delle gialle lucerne della piazzetta, è trascorsa in ascolto di qualche annacquata cicala, ma soprattutto delle dispute di quattro “amici al bar” bergamaschi (o bresciani?, non ricordo) che ci hanno raccontato le loro tappe, quello che fanno a casa, ed il ruolino di marcia che intendono tenere (circa 40km al giorno) per arrivare nei tempi, da loro, prestabiliti.
E con quei ritmi, non li avremmo più rivisti, perciò, a conclusione della giornata, il nostro saluto è stato un adDio. Dopotutto, alfine, è un buon augurio, come dire “buon camino”.    

Gaetano Mercorillo 

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