LA CHIAMATA
Venite
dietro a me. Vi farò pescatori di uomini
Gesù si era recato da Giovanni, suo cugino e coetaneo, per chiedergli
il Battesimo. Di certo egli non aveva bisogno di purificazione dai peccati, ma
mettendosi in fila con i peccatori, ha iniziato il cammino di umiliazione che
giungerà a compimento sulla croce. Tuttavia nel suo portamento c’è
l’autorevolezza di chi ha ben presente quali siano le attese nell’animo degli
uomini di buona volontà. Perciò, si avvia per le vie del mondo (Galilea delle
genti) chiamando, anche solo con lo sguardo, con una sola parola: “seguimi!”.
Quella che rivolse a Levi (Matteo) il pubblicano, cioè il peccatore. Mentre,
viceversa, ai fratelli pescatori garantiva loro un altro tipo di pesca, d’ora
in poi, disse, sarete: “pescatori di uomini”. In quel momento, c’è da
domandarsi, cosa mai capirono quei lavoratori, padri di famiglia, giovani
speranzosi, sognatori di libertà? Eppure quello sguardo sincero vinse quei
cuori più di tante parole.
A volte basta un attimo e si preannunciano scelte
che saranno per sempre. Si spiega perché da quell’attimo diverranno portatori
dell’amore di Dio nel mondo, che cambierà anche grazie a loro, che diventerà
luogo dove gli uomini sperimenteranno la gioia di una vita nuova. Vivevano del
loro lavoro, si sposavano, strappavano spazi di riposo, magari di festa, ma
l’oppressione dello straniero, delle leggi, delle consuetudini rendevano la
vita sempre più dura, ma poi: “…su coloro che abitavano in terra tenebrosa una
luce rifulse.” (dal Libro del profeta Isaia)
Quegli uomini che lasciarono le
reti e le barche, o il banco delle imposte, solo loro videro quella luce? Quale
meravigliosa trasformazione operò in loro, capaci all’istante di cambiare vita,
di guardare a prospettive nuove che: “…moltiplicano la gioia, aumentano la
letizia.” (Isaia)
Caratteristiche che diverranno il
marchio di fabbrica del cristiano. O almeno, così dovrebbe essere.
Purtroppo, oggi si fa fatica ad
esserlo, si cede alla paura, si teme di essere fuori luogo, oppure di non
essere politicamente corretto. Eppure il salmista ci consola quando scrive: “…il
Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore? Il Signore é difesa della
mia vita, di chi avrò paura?” (dal Salmo 26)
Il mondo può chiuderci in
prigioni mentali, oppure fisiche, in persecuzioni, anche fisiche, ma il cielo
rimane sempre aperto.
Cosa spinge, infatti, quei
cristiani a perseverare nella preghiera davanti agli ospedali, sapendo che
saranno arrestati e condannati, se non la certezza che avranno sempre la
possibilità di alzare gli occhi al cielo. Sono consapevoli di non essere soli,
perché: “…da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: “convertitevi, perché
il regno dei cieli è vicino.” (dal Vangelo secondo Matteo)
Quel regno è in Gesù che
continua, anche oggi, a predicare la sua Buona Novella, a cui possiamo e
dobbiamo corrispondere se davvero vogliamo essere suoi discepoli. A quelle
persone che rischiano il carcere, a quanti sono perseguitati a causa del nome
di Gesù, riporto questa preghiera: “Verrò verso di te Signore, e mi sazierò
nella gioia. Il grano della vita macinalo per me in questo momento in cui sono
sfinito.” (San Giacomo di Serugh)
E’ una preghiera volta al
singolare, ma che forza se fosse rivolta al plurale, con un noi, come auspica
San Paolo nella sua lettera ai cristiani di Corinto: “…vi esorto fratelli, per
il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere unanimi nel parlare, perché
non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di
sentire.”
La storia ci dice che non sempre
è avvenuto così e non avviene neppure oggi. Ci dimentichiamo, infatti, che Gesù
scelse i “Dodici” con lo scopo principale che “stessero con lui” (Mc 3,14),
condividessero la sua vita e imparassero direttamente da lui non solo lo stile
del suo comportamento, ma soprattutto chi fosse egli veramente. In questo sta
la chiamata. Vale anche per ciascuno di noi, perché il regno dei cieli è sempre
vicino a noi, nella sua Chiesa, in mezzo a noi.
Is 8,23b-9,3
/ Sal 26(27) / 1Cor
1,10-13.17 / Mt 4,12-23digiemme
