sabato 16 maggio 2020

LA CITTA’ DELLA GIOIA



Sesta Domenica di Pasqua (Anno A)
il Padre vi darà un altro Paràclito
Mi piacerebbe proprio svegliarmi con in testa il ritornello “domenica è sempre domenica, si sveglian le città con le campane…”, purtroppo, invece, anche questa domenica sarà triste. Forse l’ultima, perché dalla prossima si potrà ritornare in chiesa, in parrocchia e davvero potremo sospirare con il Salmo:
…entrerò nella tua casa con olocausti, a te scioglierò i miei voti, pronunciati dalle mie labbra, promessi dalla mia bocca nel momento dell’angoscia.”
Nel silenzio di una preghiera, pensando all’amato o all’amata, al fratello o alla sorella, al papà o alla mamma, alla figlia o al figlio, là nella solitudine del reparto covid, nella paura di non farcela, di non poter neppure stringere la mano amica, ecco, nel silenzio della propria angoscia, quanti voti si sono alzati quali intenzioni di penitenza per la salvezza del proprio caro. Quando si è esauditi, allora, la gioia è grande, i ringraziamenti sono infiniti, le promesse si mantengono. Con gioia, come in un sogno, perché ciò vuole dire avere un
Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
futuro, un fuoco che brucia dentro il cuore. Lasciamoci inondare di sogni, nonostante le fatiche e le brutture esistenti in noi stessi e in questa strana umanità. In questa strana cattolicità, dove tutto è in discussione, dove ciascuno la pensa a modo proprio, dove ci si divide anche per il come bisognerà ritornare in chiesa, come partecipare alla celebrazione, come ricevere la Comunione.

E se non bastano i sogni ci viene in aiuto e consolazione: “…tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangono svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.” (dalla prima Lettera di S.Pietro)
Quindi, è questo il modo di porsi nelle comunità, con dolcezza, rispetto e retta coscienza, d’altronde se si vuole essere discepoli di Cristo non si può che ascoltare la sua Parola:
“…se mi amate, osserverete i miei comandamenti…Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.” (Dal Vangelo di Giovanni) Eccome se lo amiamo, lo desideriamo perché solo Lui è la nostra salvezza. La sua vita, la sua morte, la sua Resurrezione sono i nostri riferimenti con cui vivere la nostra vita, prepararci alla nostra morte, nell’attesa della sua venuta. Questa dovrebbe essere la realtà della nostra fede, che porta, di conseguenza, all’annuncio, alla realizzazione delle opere di carità, alla comunione dei santi. E’ così che i nostri cuori, le nostre menti si aprono a spazi di comunicazione impensati, di rapporti riconciliati, dove la generosità e l’altruismo sono al servizio dei più piccoli, indifesi, fragili. Penso ai bambini nel seno delle loro madri, a quelli abbandonati o che vivono in situazioni di famiglie disagiate, penso alle persone anziane, sole, malate, mal sopportate da questa società che vorrebbe mettere loro dei limiti.
E si ritorna al sogno con il quale “forzare l’aurora” perché arrivi presto con i suoi raggi di sole e scaldi e illumini il cammino di tutti. Allora sarà ancora più facile essere generosi, che fra l’altro presuppone anche la capacità di esprimere gratitudine. Sembra facile, eppure “grazie” è un termine oggi quasi obsoleto. Non così per noi che fondiamo la nostra fede sui comandamenti di Gesù Cristo. Più gliene renderemo “grazie”, più potremo accomunarci agli Atti degli Apostoli:
“…e vi fu una grande gioia in quella città.”
At 8,5-8.14-17 / Sal 65(66) / 1Pt 3,15-18 / Gv 14,15-21

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