sabato 2 maggio 2020

A VOCE ALTA


Quarta Domenica di Pasqua (Anno A) 
Di solito, dopo la proclamazione del Vangelo, i fedeli si siedono ed il sacerdote fa la sua omelia, finita la quale si siede anche lui per un paio di minuti, tutti in silenzio. Come se si dovesse meditare su ciò che si è appena ascoltato dal predicatore. Dovrebbe essere, invece, l’esatto opposto. Idealmente il sacerdote, quando si appresta a spiegare la Parola di Dio, ripete il gesto di Pietro:
“…allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò.” (dagli Atti degli Apostoli)
E’ un gesto che scaturisce dall’ascolto e dalla preghiera, che non sono un fatto personale, bensì comunitario “…allora Pietro con gli Undici…”. Mi piacerebbe, al riguardo, che allora, dopo la lettura del Vangelo, tutti ci sedessimo, in silenzio, come ringraziamento orante di ciascuno per la Parola ricevuta. Dopo di che, ecco che il sacerdote “si alza e a voce alta parla”. Uno stile che dovrebbe, quindi, essere assunto proprio su stimolo del dono dello Spirito Santo con la Scrittura ricevuta.
Il nostro Dio non è una divinità astratta e lontana, senza volto e senza senso, impronunciabile e inavvicinabile, ma è un Dio che si è incarnato, che si lascia trovare e toccare, come avverrà poco più avanti nella Santa Eucaristia. E’ un Dio che cerca lui stesso l’uomo, che gli si affianca perché:
“…anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me.” (dal Salmo 22)
Questo Salmo, che è favoloso, ci dovrebbe essere bene impresso nella mente, soprattutto in questo periodo di difficoltà estenuanti, in cui davvero ci sembra di essere abbandonati in un intrigo di debolezze e sofferenze. Però, sempre Pietro, ci scrive che:
“…se facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio.” (dalla Prima Lettera di San Pietro Apostolo)
Quanti di noi, quella sofferenza, la stanno proprio vivendo sulla loro pelle o quella dei loro congiunti, delle persone più care. E’ veramente dura! Quanti amici, buoni, sempre impegnati nel tentativo di fare del bene, di aiutare chi è in difficoltà, sono stati chiamati alla sofferenza, all’incomprensione della malattia. A volte non si capisce. Allora ascoltiamo la sua Parola:
“…Io sono la porta, se uno entra attraverso di me, sarà salvato, entrerà e uscirà e troverà pascolo.” (dal Vangelo secondo Giovanni).
Dobbiamo guardare a Lui, che è passato attraverso la sofferenza, i patimenti per offrirci la possibilità di assaporare pienamente della vita. Anche quando il sapore è asprigno, prima o poi si trasformerà in gustosità perché attraverso di Lui si entrerà sì, anche, nel dolore, ma si uscirà, anche, alla gioia che viene dal suo amore. Quel pascolo sta ad indicare che troveremo affetti, amicizia, condivisione, progetti da realizzare per gli altri e con gli altri. E sono progetti di vita.
Infatti Giovanni, nel suo Vangelo aggiunge:
“…io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.”
Che ci rimanga bene impressa questa frase perché è l’esatto opposto delle parole d’ordine marchiate dalla morte. Quelle che vogliono ridurre gli uomini a dei numeri per sfruttarli e sottometterli. Per questo hanno bisogno di legalizzare norme per eleminare i più deboli, i vecchi, i nascituri, i malati, i dementi, gli andicappati. Non è quello che vuole Dio, gli basterebbe alzare un dito per cancellare tutto, ma ha scelto di lasciarsi coinvolgere, soprattutto di coinvolgere chi, per grazia, crede nella vita e si “alza in piedi e parla a voce alta”.

At 2,14°.36-41 / Sal 22(23) / 1Pt 2,20b-25 / Gv 10,1-10

digiemme

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