sabato 30 maggio 2020

IL SOFFIO DELLA VITA


Domenica di Pentecoste (Anno A)

“Se senti un soffio nel cielo, un vento che scuote le porte, ascolta è la voce che viene, è l’invito ad andare lontano…” è l’inizio del ritornello di una canzone che si cantava in chiesa negli anni ’70. Un canto molto bello, coinvolgente, che faceva venire la pelle d’oca. Ci parlava di quegli uomini che furono travolti, trasformati dallo Spirito Santo. Disperati perché rimasti soli dopo l’ascensione di Gesù, confortati solo dalla presenza di sua mamma, improvvisamente sentirono dentro di loro un fuoco, quel fuoco di chi sa ascoltare e capire tutte le Parole d’amore che il Signore aveva loro insegnato. Erano poveri uomini, pescatori, quasi tutti senza quel minimo d’istruzione, eppure divennero inarrestabili, evidentemente per meriti non loro: “…e li udiamo parlare tutti le nostre lingue delle grandi opere di Dio.” (dagli Atti degli Apostoli)
Lo Spirito Santo risvegliò i loro pregi, i loro carismi, sciolse i timori e consolidò le attitudini, ma non per loro stessi, bensì per i meriti delle opere di Dio. Lo strabiliante proselitismo è il frutto di chi sa annunciare il Dio dei padri, il Dio Padre, il Dio della vita. Mi piace pensare che questo dono dell’annuncio sia stato possibile perché quegli uomini, insieme a Maria, erano uniti nella preghiera, erano in comunione fra di loro, una cosa sola. Conoscevano senz’altro i Salmi:
“…benedici il Signore anima mia”, che bella espressione, segno di una intimità che rinforza i legami, personali e comunitari, con tutti coloro che vengono battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Il segno distintivo è il saluto di Gesù: “Pace a voi”. Rinforzato da una condivisione pazzesca:
“…a coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati.” (dal Vangelo di Giovanni)
Pazzesca, perché Dio ha tanta fiducia nell’uomo da renderlo partecipe della sua giustizia, pur se è vero che ciò può avvenire solo se ci si lascia, appunto, trasformare dallo Spirito Santo. Solo se in ciascuno di noi c’è la certezza che il soffio della vita originario, che creò la nostra carne nel grembo di nostro madre, che creò la nostra anima in quel Battesimo donato dalla Chiesa di Gesù Cristo, è il dono della vita stessa che è in noi.
E’ questo il primo segno di appartenenza, coscienti che non si è credenti per caso, che ognuno ha un suo specifico peso nel misterioso disegno che contorna le nostre vite:
“…a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune.” (dalla prima lettera di San Paolo ai Corinti)
Noi tutti siamo manifestazione della potenza del Signore, che passa anche attraverso vicissitudini antiche, come quelle dei primi apostoli, come quelle dei nostri nonni e bisnonni. Perché siamo figli anche di quelle storie, portiamo un patrimonio genetico e spirituale indelebile che permette di intrecciare fili invisibili fra una generazione e l’altra. Sentiamo che non siamo solo un grumo di cellule, destinate a morire poco per volta, sentiamo che siamo un qualcosa di più, che siamo chiamati a fare cose grandi, anche se poi agli occhi del mondo potranno sembrare insignificanti. Quel vento che spalanca le porte ci invita pertanto a non stare con le mani in mano davanti alla porta, seduti, indifferenti al sole che tramonta, quel vento ci scompiglia, ci spinge verso il sole, quello che scalda i cuori, come il fuoco che lo Spirito Santo accenderà in noi.
At 2,1-11 / Sal 103(104) / 1Cor 12,3b-7.12-13 / Gv 20,19-23


digiemme

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