27 ottobre 2018

LA GIOIA DI VEDERE


Domenica XXX T.O. (Anno B)
Nella Chiesa cattolica ha un ruolo fondamentale la figura del sacerdote:
“…ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio.” (dalla Lettera agli Ebrei)
In parole povere, il compito del sacerdote dovrebbe essere quello di condurre i fedeli, in primis, gli uomini, in generale, ad incontrare nella loro vita il Creatore, colui che ha donato la vita ed ha offerta la stessa sua vita per amore loro.
Quindi non è un sociologo, uno psicologo, un tuttologo, è colui che fa vivere in terra le cose di Dio per farle, poi, godere per l’eternità.
Ci viene in soccorso, per sottolineare il concetto:
“…ecco, li riconduco…e li raduno…fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente.” (dal Libro del Profeta Geremia)
Il sacerdote guarda i suoi e gioisce per l’umanità che ha di fronte. Sa che incontrerà delle difficoltà, delle opposizioni, delle infedeltà, delle delusioni, ma non demorde.

Il cieco che incontra non sarà necessariamente il “non vedente”, è quello che si ostina a non voler vedere dentro di sé il senso stesso della sua vita, che se ne va come una mosca cieca, non capendo che la vita non è un gioco: a questi deve aprire gli occhi indicandogli la strada che inizia dalla porta stretta.
Lo zoppo non sempre è l’handicappato cui la vita ha riservato tappe negative, è pure colui che vuole fare intendere di essere, lui, nel normale e così insegnare agli altri a camminare: a questi deve fare vedere che la realtà è quella che si vive sotto la Legge di Dio.
La donna incinta e la partoriente è la stessa donna, già madre, che ha bisogno di tutto l’aiuto e le attenzioni in forza del suo stato: ma non solo per la sua salute, perché la maternità non è una malattia, soprattutto per il figlio che porta in seno: questi è il dono più grande che il Creatore offre all’umanità, non vederlo e non riconoscerlo è come volere non vedere Dio.
Ecco, se il sacerdote nel suo specifico deve spendere la sua vita incontrando quelle persone, capiamo bene quindi:
“…chi seminerà nelle lacrime mieterà nella gioia. Nell’andare, se ne va piangendo… ma nel tornare, viene con gioia.” (dal Salmo 125)
Questa figura del seminatore è molto suggestiva, quasi commovente perché per provvedere ai bisogni della famiglia, della comunità, bisogna lavorare, rimboccarsi le maniche, soffrire e piangere, quante volte ci è capitato, ma poi la gioia ci invade, non sappiamo neanche noi come e perché. Lo si sperimenta quando si entra in una chiesa, quando si concede il perdono, quando si soccorre chi è nel bisogno, quando meno te l’aspetti una mano amica si affianca alla tua nello sforzo di risollevare chi è caduto. Un po' come succede al cieco del Vangelo:
“…il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare…
Egli gettò via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù…Rabbunì che io veda di nuovo.” (dal Vangelo di Marco)
Un altro cieco, dunque. Una figura singolare, sicuramente in difficoltà nella sua vita se si trovava a mendicare, ma forse andava a mendicare un po' d’amore e Gesù subito glielo diede. Non è forse così che dovrebbero fare tutti i discepoli di Cristo? E in particolare, il sacerdote?
Un cieco un poco particolare se al sentire parlare di Gesù, getta via il suo mantello, balza in piedi e va da Gesù. Ma non era cieco? Lo era sicuramente nel fisico, ma ancora più lo era in sé. Bastò che passasse sulla sua strada Gesù che tutto si trasfigurasse e, con quel “Rabbunì” detto con il cuore ritrovasse, per Grazia ricevuta, la gioia di vedere.

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Ger 31,7-9 / Sal 125(126) / Eb 5,1-6 / Mc 10,46-52