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sabato 17 settembre 2016

IL SERVITORE


XXV Domenica del Tempo Ordinario
“...nessun servitore può servire due padroni…non potete servire Dio e la ricchezza” (dal Vangelo di Luca).
Cosa vuole dire “servire Dio”, cosa vuole dire “servire la ricchezza” (mammona)?
Seguendo il semplice schema dell’ancor valido catechismo di San Pio X, si potrebbe dire che servire Dio vuole dire rendergli culto, adorarlo, glorificarlo, averlo in sé tutto il giorno, da mattina a sera, pregarlo.E dici poco! Non c’è da spaventarsi, per fare tutto ciò non abbiamo che un solo sistema: L’ASCOLTO DELLA SUA PAROLA.
maternità:condizione di gioia
Ma, attenzione, San Bonaventura riflette che l’origine della Sacra Scrittura non è frutto della ricerca umana, ma di rivelazione divina che, con lo Spirito Santo, ci dona la fede che è lucerna, porta e fondamenta di tutta la Sacra Scrittura. Infatti, lo scopo e il frutto della Sacra Scrittura non è uno qualsiasi, ma addirittura la pienezza della felicità eterna. La Sacra Scrittura è appunto il libro nel quale sono scritte “parole di vita eterna”, perché non solo crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno colmati tutti i nostri desideri. Solo allora conosceremo “l’amore che sorpassa ogni conoscenza” e così saremo “ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. Allora, solo così possiamo dire di “Servire Dio”.
Mentre, per quanto riguarda “mammona” è molto più semplice. Basta inchinarsi al mondo, genuflettersi alle sue leggi, accogliere il suo abbraccio adulatorio e prostituirsi ai suoi bisogni. Non è quello che i “potenti” del mondo di oggi stanno facendo? E lo sanno fare talmente bene che riescono a farsi passare anche per benefattori. Stiamo tranquilli, però, che possono gabbare i semplici, ma non il Buon Dio, che oltretutto non dimentica, come si può dedurre dal profeta Amos: “certo non dimenticherò mai tutte le loro opere…”.
Non dimentica, ma non demorde di sollecitare aiuto e misericordia, se proprio diamo credito a San Paolo: “raccomando che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere” (1Tm).
E quando, nonostante tutto ciò, chi ci governa continua imperterrito, allora anche noi potremo scrivere e gridare “Renzi non dimenticheremo”, “Francesco non dimenticheremo”, “Napolitano non dimenticheremo”.
Solo il rivestirsi di sacco, l’andare a piedi scalzi a Canossa, porterà ciascuno di noi, oltre ai potenti di turno, ad avere speranza con il Salmo: “…solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero…fa’ abitare nella casa la sterile, come madre gioiosa di figli”. 112(113).
maternità:condizione di gioia
Meriterebbe una riflessione più adeguata quest’ultima espressione del Salmo, quando adombra che la maternità non è solo biologica, la maternità è condizione di gioia, anche per chi non la sperimenta nella propria carne, ma la vive nelle opere, come, per esempio, fanno i volontari per la vita nell’ambito della difesa e dell’aiuto alla vita che nasce. Sappiamo, per esperienza, che non è sempre così facile perché: “i figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri…” (Vangelo) e sono pure più forti, fraudolenti, ipocriti ed ingannatori, ma prima o poi, dico io, si sveleranno per quello che sono.Mentre “…i figli della luce” vivono nella piena fiducia della Provvidenza. Con questo, puri sì, ma fessi no. Perciò ci viene detto di essere “candidi come colombe e astuti come serpenti” (Mt 10,16).Il Regno di Dio è costruito da Lui, e Lui stesso, però, ci chiede di portare il nostro personale tassello. Non ci venne dato in dotazione, con il sacchetto dei nostri carismi quando fummo chiamati alla vita, ma dobbiamo attivamente realizzarlo con pazienza ed intelligenza, come figli della luce, per tutti i giorni della nostra vita.

Am 8,4-7 / 1Tm 2,1-8 / Sal 112(113) / Lc 16,1-13
digiemme



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