venerdì 2 settembre 2016

IL DISCEPOLO


XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Quando come diacono ho l’incarico del congedo finale della Santa Messa, di solito, dico: “la Messa è finita, come discepoli di Cristo, andate in pace” e questo vale anche per me, e per il sacerdote celebrante.
Siamo discepoli di Cristo secondo quanto ci dice il Vangelo di oggi: “…se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

L’esame di coscienza che dobbiamo fare è chiaro, dobbiamo metterci in gioco senza limiti di sorta, tutto sacrificando, quando si deve, per amore suo. Addirittura, aggiunge l’evangelista Luca “…così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.
C’è da evidenziare quel “non può” ripetuto ben tre volte, perché se così è, chi non rischia di andare in confusione? E’ tremendo, con la nostra testa non riusciamo a capire, solo il Libro della Sapienza ci viene in aiuto: “…i ragionamenti dei mortali sono timidi, incerte le nostre riflessioni…Chi avrebbe conosciuto il tuo volere se tu non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”
Non ci resta, nella nostra breve vita, che sforzarci di pregare, pregare e pregare, da mattina a sera, per conoscere il suo volere attraverso lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto, in primis, nel Battesimo.
Pregare, perciò, quando le cose non ci sono chiare, ed oggi lo possiamo fare con il Salmo: “…consumiamo i nostri anni come un soffio…saziaci al mattino con il tuo amore, esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni. Si manifesti ai tuoi servi la tua opera…rendi salda per noi l’opera delle nostre mani.”
Questo esultare, questo gioire ci permetteranno di capire, in trasparenza, l’opera creatrice del Buon Dio e di porre, con serietà, ai piedi del Signore le opere delle nostre mani affinché le approvi e le benedica.
Mica perché vorremmo un busto marmoreo, una via dedicata, una citazione sui libri di storia, ma perché, in qualche modo, timidamente, ci siamo accodati, insieme a tanti altri bravi cristiani sulla scia del mantello di nostro Signore Gesù Cristo.
E quando lo abbiamo, anche per caso, toccato, siamo anche riusciti a fare qualcosa di buono sulla
base dei suoi insegnamenti e l’abbiamo fatto non per forza, ma volontariamente, così come ci viene insegnato da San Paolo nella Lettera a Filemone: “…il bene che fai non sia forzato, ma volontario.”
A Gesù Cristo, però, non basta, Lui ci chiede il nostro cuore, non un cuore diviso, non lo vuole dividere con nessuno, non ne vuole solo una parte. Non è un Capitano che per testamento divide il suo cuore in cinque pezzi.
No, Lui lo vuole tutto per sé, perché ha un segreto che viene condiviso solo con chi è il Tutto. E’ il segreto del suo amore, che ci darà la forza di mettere in gioco anche la nostra vita, che ci sosterrà nel portare ogni giorno la nostra croce.
Volente o nolente quella croce ci è stata caricata sulle spalle nel momento stesso del nostro concepimento. Nel corso della vita, cerchiamo di non guardarla, la mettiamo dietro la porta, come una scopa consunta. Eppure viene il giorno, quando decidiamo di essere suoi discepoli che non possiamo più ignorarla perché la vediamo sulle sue spalle e, con compassione, capiamo il Tutto.
Sapremo, allora, come dovremo portare la nostra di croce e solo in questo andare dietro a Gesù, solo in questo modo di essere suoi discepoli, avremo con noi, per sempre, nostro padre, nostra madre, nostra moglie, i nostri figli, i fratelli, le sorelle e salveremo, così, la nostra vita.
Sap 9,13-18 / Sal 89(90) / Fm 9b-10.12-17 / Lc 14,25-33

digiemme

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