mercoledì 8 novembre 2017

MELIDE – SANT’IRENE 13 Agosto 2010 XXIX tappa

Ogni borgo, ogni villaggio una sua chiesa: “…quando busserò alla tua porta, avrò fatto tanta strada, avrò piedi stanchi e…” cantavamo al Gruppo Giovanile Immacolata. Ora quel canto si sente quasi solo alle esequie, ma a noi dice che ogni momento è buono per mettere ai piedi del Buon Dio il breve o lungo pezzo di vita che stiamo percorrendo.
Visto l’affollamento di pellegrini e i nostri tempi di percorrenza, eravamo preoccupati per il giorno successivo e prima di andare a dormire presso il rifugio di Melide, avevamo provato a fare un tentativo di prenotazione telefonica presso i vari paesi che avremmo attraversato l’indomani. Tutto occupato e il primo che arriva meglio si accomoda.
Allora decidiamo di partire ancora più presto e alle 6.05 siamo in pista…ma non da soli. L’alba schiarisce i sentieri, filtra tra gli alberi dei boschi e tratteggia una lunga fila di pellegrini che vanno, allegri e gioiosi, superati di tanto in tanto da altri, altrettanti, urlanti e sfreccianti: hola…buen camino…, in bicicletta.

Ce la prendiamo con calma, stiamo bene e così un paese dopo l’altro, meglio, un borgo dopo l’altro, Santa Maria/Raido/Parabispo/Boente/Castaneda (dove facciamo una sostanziosa colazione, nello stesso posto del 2007) /Pedrido/Ribadisso da Baixo, scivolano via fino ad Arzua, questo sì è un bel paese. Lo attraversiamo, comunque, velocemente, ma la conversazione con Mariella si trasforma in una paciosa risata al ricordo di quanto successe durante il pellegrinaggio con gli amici del Centro di Aiuto alla Vita.
Essendo in dodici, avevamo pensato di prenotare ancora prima di partire per tutte le notti che saremmo stati in giro. Avevamo due fine tappa, una a Castaneda ed il giorno successivo a Pedrouzo. Per il giorno che ci portava a Castaneda, pensavamo di aver prenotato l’albergue a Melide. Con i pulmini potevamo permetterci spostamenti anche di parecchi chilometri, in realtà poi scoprimmo che il nostro albergo era ad Arzua. Avevamo fatto fatica a trovarlo, sfido io lo cercavamo a Melide, ma alla fine eravamo anche sistemati bene e vi abbiamo pure consumato un’abbondante ed ottima cena. Il giorno dopo, la tappa a piedi, ripartiva da Castaneda con arrivo a Pedrouzo ed il pernottamento era previsto ad Arzua presso un albergo che…era proprio di fronte a quello dove avevamo dormito la sera precedente. Non vi dico le risate e la presa per i fondelli verso l’autore delle prenotazioni. Indovinate chi? A discolpa devo dire che avevo chiesto la collaborazione di un’amica sudamericana che quanto meno non aveva difficoltà con la lingua, ma evidentemente lasciava a desiderare sulla geografia.
Tornando al presente, dopo Arzua, in un saliscendi continuo, con i sempre ammirabili boschi di eucalipto, proseguendo quasi sempre in parallelo con la statale, che ogni tanto riattraversavamo, s’incontrano ancora tante altre borgate: Pegontuno/Calzada/Pedrido/Boavista/Salcedo/Brea (pensavamo di essere entrati nel mondo del Signore degli Anelli) e in tutti questi posti ci fermavamo per chiedere ospitalità, ma niente, tutto occupato. Intanto le ore trascorrevano e i chilometri pure, eravamo ormai vicini ai 30. Stavamo, nonostante tutto ancora bene, e quindi ancora avanti, un’altra salita ed un’altra discesa (subidas y bajados), un Alto, di S. Irene (380mt) e poi l’abitato di Sant’Irene dove arriviamo alle 15,35. Anche qui pensavamo di non trovare ed infatti l’albergue era pieno. L’hospitaliero ci dice di proseguire fino a Pedrouzo dove sicuramente avranno aperto la palestra e già siamo in marcia, quando mi viene in mente di aver visto, poco prima una casa con un cartello. Torniamo indietro e bussiamo, scoprendo l’iniziativa privata di una signora che mette a disposizione la sua casa per accogliere pellegrini e, combinazione, ci sono ancora due posti. Costa un po’, ma chi se ne importa, per noi è una grazia. L’ambiente è famigliare, bello e pulito, con un ampio cortile ed è pure prevista la cena che subito prenotiamo. Praticamente, attorno ci sono solo campi, una fresca fontana con acqua sorgiva ed un folto bosco dove vediamo arrivare un paio di macchine con due famiglie di spagnoli pronti a campeggiare. Li osserviamo mentre montano le tende, con i bambini piccoli che scorrazzano felici, mentre le donne preparano per la cena all’aperto. Noi, invece, ce la gustiamo in un’appropriata sala da pranzo in compagnia di altri pellegrini con i quali si scambiano informazioni e suggestioni, soprattutto sul fatto che questo è l’ultimo giorno prima dell’arrivo a Santiago, l’indomani.
Il resto della serata trascorre seduti attorno ad un tavolino in mezzo al prato ad osservare il cielo mutante di colori, quasi come in veglia, trepidante ed orante nel sereno abbandonarsi al Buon Dio per il felice esito che sembra pregustare il nostro andare ad Limina Jacobi.

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