sabato 18 novembre 2017

A CIASCUNO IL SUO



XXXIII Domenica T.O. (Anno A)
Spesso e volentieri mi capita di pensare: ma quanto mi ha lasciato il mio Signore in dote quando sono stato chiamato alla vita? Come fare per riuscire a capirlo? Così comincio a riandare a ritroso dello sviluppo degli anni che hanno segnato la mia maturità. Oggi, invece, ci provo alla luce della Parola che abbiamo appena ascoltato. Comincio con il Libro dei Proverbi:
“…una donna forte chi potrà trovarla? a lei confida il cuore il marito…Apre le sue palme al misero, tende la mano al povero.”
E’ forse nostra madre quella donna forte?
Una donna cui ha donato il proprio cuore nostro padre? Allora è una coppia forte che, oltre a far crescere l’amore coniugale, ha come primo impegno la custodia della famiglia che ha costituito. Una famiglia non chiusa in sé stessa, una famiglia che abbraccia il misero, che aiuta il povero. Se questa è la nostra famiglia, allora si capisce bene che i talenti ricevuti sono ben pesanti. Farli fruttificare vuole dire avere la volontà certa e retta di mettere in pratica quanto sostiene il Salmo:
“…Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie…la tua sposa come vite feconda…i tuoi figli come virgulti di ulivo.”
E’ bene temere il Signore, non perché possa essere cattivo o vendicativo (Lui è il Sommo Bene), ma perché ci può mettere alla prova. Proprio così! Quando non camminiamo sulle sue vie, deragliamo irrimediabilmente, abbandoniamo i nostri cari e loro si dimenticano di noi. Eppure guardate quali vantaggi, sentite l’eco di quel “prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Se solo capissimo come quella “sposa come vite feconda” è il dono dell’amore che si apre alla vita. Se solo capissimo come quei “figli come virgulti d’ulivo” è il perpetuarsi della promessa che sconfigge la morte, sia che si affacci all’alba della vita con l’aborto, sia al tramonto della stessa con l’eutanasia. La morte è lì pronta, pensiamo di averla sotto controllo, ma ci sbagliamo alla grande. Lo ricorda San Paolo ai Tessalonicesi:
“…E quando la gente dirà: “c’è pace e sicurezza”, allora all’improvviso la rovina li colpirà…non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.”
Fanno ridere, se non piangere, coloro che si svendono pur di accodarsi dietro a qualche bandiera arcobaleno e, al destino delle anime, preferiscono mettere in guardia sulla differenziata e sul buco dell’ozono. Non è nostro compito, non possiamo dormire il sonno del giusto, dobbiamo vigilare e stare attenti. E allora, ritorna la domanda sulla reale entità dei talenti che abbiamo da fruttificare. Certo lo capiremo nel giorno del giudizio, però a noi rimane la scelta di come investire, anche rischiando, le potenzialità che sono in noi a cominciare dalla Grazia dei Sacramenti che abbiamo ricevuto. Già il partecipare di queste grazie sacramentali, dell’aver avuto, o dell’avere una famiglia come quella indicata dalla Parola (non altre “famiglie”) sono un anticipo di quel “vieni servo buono e fedele”. E’ il sentire del Vangelo:
“…chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni…a ciascuno secondo le sue capacità…Servo buono e fedele…servo malvagio e pigro…Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha.”
Se, invece, ci accoccoliamo, relativizziamo ogni cosa, snerviamo ogni vite ed ulivo, nessun frutto avremo da portare e, senz’altro, ci sentiremo dire “fuori da qui servo malvagio e pigro”. La gioia si trasformerà in tristezza per il Padrone perché nulla si è aggiunto e tutto è perduto. Anzi, no, non tutto è perduto, quei talenti iniziali vengono tolti per essere riassegnati ad altri figli che il Buon Dio ha già in seno perché, nonostante tutto, ogni vita che sboccia è segno che Dio non si è ancora stancato degli uomini.
Pr 31,10-13.19-20.30-31 / Sal 127(128) / 1Ts 5,1-6 / Mt 25,14-30

digiemme

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