sabato 11 novembre 2017

LE STOLTE E LE SAGGE



XXXII Domenica T.O.(Anno A) 
Sappiamo bene che il mese di novembre è dedicato al ricordo dei defunti, e quando pensiamo a loro, in forza della fede che ci unisce come fratelli, li sentiamo presenti, anche se non riusciamo a capire in che dimensione. Quando chiediamo che una Santa Messa sia celebrata nel loro nome non lo facciamo, però, per dovere o per consuetudine, bensì per restare in comunione. Il Sacrificio che si compie sull’altare è gesto di rispetto per loro, se si trovano in Purgatorio, è anticipo per noi se si trovano all’inferno. In ogni caso mettiamo tali intenzioni con lo stesso spirito che leggiamo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo Apostolo: “…Non vogliamo fratelli lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza.”

Secondo un pensiero di Charles Peguy, la speranza è la virtù che Dio ama di più: “La virtù che amo di più, dice Dio, è la speranza. La fede non mi stupisce. Non è stupefacente. L’amore, dice Dio, non mi stupisce. Queste povere creature sono così infelici: che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio. Questo è stupefacente.”
Sì, questo è stupefacente come la sapienza, anzi come l’abbiamo ascoltata dal Libro, appunto, della Sapienza:
“…La sapienza è splendida e non sfiorisce…si lascia trovare da coloro che la cercano.”
E’ evidente come i doni che sono connaturali con la nostra creazione, ciascuno per un suo preciso insondabile fine, non possono avviarsi a maturazione se non c’è la volontà propria di mettersi in gioco e partire alla ricerca. E’ ovvio che se si improvvisa, prima o poi si va a sbattere; se ci si lascia intruppare non si è neppure degni di essere gregari, si è alla mercé di chi comanda; se ci si immette a gamba tesa, con la foga e l’entusiasmo dei neofiti, in qualsiasi progetto, si finirà per spaccarsela. Tutte queste analisi, neanche troppo difficili da averne fatto esperienza, per comprendere al meglio la parabola del Vangelo di Matteo:
“…Allora il Regno dei Cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge…”
Le stolte e le sagge sono sullo stesso piano, desiderano tutte essere spose per tutta la vita con il loro sposo. Alcune, però, non sanno aspettare, non si muniscono del minimo necessario, in quel caso l’olio per le lampade. Pensiamo per un attimo a queste spose nei giorni nostri, perché nonostante il desiderio di andare incontro allo sposo non riescono ad incrociarlo, non riescono ad aspettarlo. Le lampade del vangelo si spengono, le spose di oggi, quelle stolte, ad un certo punto smettono di essere luce e tutto intorno a loro sbiadisce, e sempre più diventa buio. Si allontano dal luogo dove potrebbero più facilmente incontrare lo sposo e come in un vorticoso labirinto finiscono per restare sole. Credono, comunque, di essere padrone del loro andare finché non sbattono contro un muro e stanche non riescono più a trovare le risorse per uscirne. A meno che non s’imbattano nel salmista che le invita a pregare così:
“…ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne…Così ti benedirò per tutta la vita, nel tuo nome alzerò le mie mani.”
Non alzeremo più, perciò le nostre lampade ormai inutili, ma le nostre mani per recitare il Padre Nostro. Allora sì saremo come le vergini sagge, è la nostra scorta d’olio, e non temeremo l’ammonimento di Gesù Cristo:
“…In verità io vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno, né l’ora.”
Non perdiamo, però, mai di vista questa possibilità, e siamo sempre pronti essendo noi stessi lampada vivente che illumina noi e quelli che ci sono prossimi, per essere pronti all’incontro, anche e soprattutto a quello più importante.
Sap 6,12-16 / Sal 62(63) / 1Ts 4,13-18 / Mt 25,1-13

digiemme

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