domenica 26 giugno 2016

IL MANTELLO E LA PIETRA


XIII Domenica del Tempo Ordinario

… “gli gettò addosso il suo mantello”…(1Re), ma oggi non si usano più i mantelli, con che cosa potremmo sentire di essere anche noi chiamati a seguire il profeta, a prendere il suo posto?
Tutte le volte che sentiamo che qualcosa in noi non funziona, tutte le volte che ci voltiamo quasi a cercare qualcosa o qualcuno simile alla coscienza che ci pungola e ci turba, ecco tutte quelle volte è come se ci venisse buttato addosso un mantello.
Ce ne accorgiamo, certo che ne sentiamo il peso, ma forse preferiamo scrollarcelo dalle spalle, appunto come una scrollata di spalle quando deviamo dal coinvolgimento di un qualsiasi accadimento.
E’ stato così? Certo, sono dei bei fardelli da portare e tutte le scuse sono buone: devo pensare ai miei genitori, alla mia famiglia, alla mia casa, alla mia carriera, come posso conciliare il tutto?
Lo sappiamo tutti, il Signore è intransigente; quanti gli dicono lasciami almeno andare a baciare mio padre e mia madre (1Re), lasciami andare a seppellire mia madre e mio padre (Lc)…e Lui: “chi mette mano all’aratro non può più voltarsi indietro”.
Ma perché? Perché “Cristo ci ha liberati per la libertà” (Gal), dopo che Lui ci ha avvicinati, ci ha coperti con il lembo del suo mantello è impossibile che ci “lasciamo imporre ancora il giogo della schiavitù” (Gal).
Così ci dice San Paolo per sostenerci, perché sa benissimo che invece è possibile ritornare
al punto di prima, a causa del peccato, per via della logica del compromesso che tutto giustifica e tutto sottace a quella famiglia, a quella casa, a quella carriera, cui non possiamo o siamo capaci di rinunciare o mettere in discussione.
Insomma, non siamo sempre saldi. Per questo avremmo bisogno di pregare continuamente come il Salmo c’invita a fare: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita…Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.
Leggiamo bene: siamo eredi, tutti siamo citati nel suo libro testamentale, ci permette di bere al suo calice, ci tiene nelle sue mani, ci guida, si affianca, ci prende in braccio nel nostro arrancare sul sentiero della vita. Ci dona gioia e tenerezza come quella della madre al suo bambino che custodisce nel suo seno.
Lui ci ha dato tutto questo e noi ancora, e spesso, lo lasciamo solo: “…le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo…” (Vangelo).
Come vorrei, invece, essere io il tuo cuscino, perdonami se ti lascio spesso una pietra, come spesso così è il mio cuore: una pietra che non riesco a frantumare.
Quando mio padre morì, mi svegliai all’improvviso da un sogno, dove una montagna si spaccava a metà.
Mi domando, di fronte alla morte, se non è questo il momento ed il luogo in cui riusciremo finalmente a frantumare le nostre pietre ed offrire così almeno per un attimo, forse il nostro ultimo attimo, un posto dove il Figlio dell’uomo possa finalmente posare il suo capo.
1Re 19,16B.19-21 / Sal 15(16) / Gal 5,1.13-18 / Lc 9,51-62

digiemme

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