XXXIIma DOMENICA del T.O. anno A

La lampada della Vita

“In verità io vi dico: non vi conosco”.

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Quando capita di partecipare alle esequie di una persona morta all’improvviso, si legge sui volti dei parenti lo sgomento di chi non capisce come sia potuto accadere. Si lasciano travolgere dal dolore, fissano il vuoto che cerca di inghiottirli, nulla li può consolare. Anche le parole dell’Apostolo potrebbero sembrare loro un ulteriore dispregio: “…non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza.” (dalla prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi).

Se manca una forte fede, davvero viene a mancare la speranza. Ogni parola di conforto suonerebbe vuota di ogni significato. Anche l’invito, il consiglio ad andare con la mente e con il cuore, insieme, alla vita vissuta del proprio congiunto non viene neppure recepito perché non si può amare il nulla, il vuoto che la morte ha portato, e porta, con sé. E la tristezza dilaga. No! Non può essere questo l’esito di una vita, c’è altro, c’è il bisogno di capire, di conoscere, come suggerisce il salmista: “…o Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.” (dal Salmo 62)

Fin dall’inizio della nostra esistenza c’è questo anelito. C’è, nel ventre di nostra madre, il ritmo veloce e programmato dello sviluppo della propria carne, che è giustificato dal miracolo avvenuto con il concepimento, voluto dal datore della vita. Logica vuole, perciò, che ogni istante di questo essere incarnato sia vissuto in pienezza. Senza preoccuparsi di contare gli anni, un po’ come quel proverbio che dice: “la farfalla non conta gli anni, ma gli istanti; per questo il suo breve tempo le basta”. Così è anche per ogni esistenza umana che si innesta in questo mondo arido, senz’acqua, che tiene per sé solo quanto può innalzare la propria autonomia da Dio.

Eppure, più il mondo rifiuta la legge naturale insita nell’uomo, più ci sarà: “…la sapienza che va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro.” (Dal Libro della Sapienza)

Ci si può perdere per le strade del mondo, è il destino di chi si lascia irretire dai suoi miraggi, ma c’è di buono che ad ogni angolo, ad ogni svolta è possibile incontrare chi non cesserà mai di cercarti, di bussare alla porta del tuo cuore. Quando, poi, ti lascerai abbracciare, quando comincerai a vivere i tuoi giorni secondo la sua legge, allora anche i progetti impossibili si potranno avverare. Difficoltà ed incertezze rallenteranno il cammino, ma se il desiderio di aiutare chi è nel bisogno è sincero e vero, l’aiuto e la provvidenza del Buon Dio non verranno mai meno. L’importante, naturalmente, è bene non fare il male, ma è male non fare il bene. Ci sia di aiuto, ci illumini la lampada che ci è stata fornita con il piccolo fardello da portare tutta la vita. Infatti, lampada ai miei passi è la Parola, luce sul mio cammino (Salmo 118), basta essere sempre pronti, con buona scorta di carburante, così come viene chiesto a tutti, seppure il Vangelo parli solo di vergini: “…il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo.” (dal Vangelo secondo Matteo)

Poetica ed armoniosa questa metafora che parla di vergini, cioè di persone pure di cuore, desiderose di lasciarsi trasformare dall’incontro con Gesù. Però, occorre che “quanto uno più si raccoglierà in sé stesso e si farà interiormente semplice, tanto più elevate e sublimi cose intenderà senza fatica, perché riceverà dal cielo la luce dell’intelligenza”. (da l’Imitazione di Cristo) Ecco perché di quelle dieci fanciulle, cinque non compresero l’importanza di essere sempre pronti.

Domandiamoci, allora, che attenzione riserviamo alla nostra lampada, quella vera, quella della nostra vita. Non addormentiamoci, così che la lampada della vita sia sempre accesa.

 Sap 6,12-16  /  Sal 62(63)  /  1Ts 4,13-18  /  Mt 25,1-13

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