Resurrezione del Signore

CREDERE
Non avevano ancora compreso la scrittura,
 che cioè Egli doveva risorgere dai morti

 stampa

Scrivo queste note che è Sabato Santo, giorno del disorientamento, del silenzio, dell’attesa del giorno più bello dell’anno. Mi è capitato di leggere alcuni giorni fa un pensiero: “semina il silenzio e cresceranno ispirazioni, semina speranza e potrai udire l’inudibile.” (Juri Camisasca)
E’ vero, ricordo, quando bambino, già a letto, ma sveglio in quelle sere di Veglia Pasquale e sentivo suonare le campane della vicina parrocchiale, come mi piaceva al pensare che era ancora Pasqua, che Gesù era risorto. Che bello! Mi addormentavo felice udendo quelle campane. Ancora oggi mi commuovo quando durante la Veglia si sciolgono le corde e lo scampanellio inonda la chiesa, le strade, le case del nostro vivere. Lo so, è un po’ infantile, ma è il mio credere. Per fede che, comunque, trova fondamento in ciò che vide l’apostolo Giovanni: “…allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.” (dal Vangelo secondo Giovanni)
Non può essere diversamente, Pietro e Giovanni, ancora prima le donne, videro e testimoniarono cosa era veramente successo in quel sepolcro.
Erano convinti che fosse arrivata la fine della storia straordinaria innestata sulla vita del loro Maestro ed invece è proprio da quella fine che sarebbero ripartiti.
Sarebbero andati incontro ad interrogativi angosciosi, a persecuzioni, ma ormai era fatta, Gesù, con la sua passione e morte, avrebbe garantito loro il conforto e la forza per perseverare nell’annuncio della sua Pasqua, della sua Resurrezione.
E’ così che avrebbero trovato il coraggio di sfidare il potere religioso del tempo perché:“…ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti.” (dagli Atti degli Apostoli)
Pietro, e con lui gli altri discepoli, non si tirò più indietro. Certo avrà avuto ancora incertezze e debolezze, ma si era reso sicuramente conto che era necessario sostituire alle menzogne che fanno morire, le verità che fanno vivere. E’ quanto dovremmo risentire ancora oggi nelle nostre chiese, nelle nostre liturgie, fra la nostra gente , nelle nostre famiglie. Abbiamo tutto il necessario per essere credibili: i sacramentali, i santi, il sangue dei martiri, la fede dei nostri padri, il miracolo della vita che si rinnova ad ogni nascita, la gratuità della carità, la condivisione delle sofferenze, la presenza fra di noi di Maria, il perdono del Buon Dio.
Possiamo, perciò anche noi, come il salmista, cantare: “…rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre.” (dal Salmo 117)
Si tratta d’imparare a pregare come Gesù ha pregato per noi: “non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato” (Gv 17,9)
Dovrebbe essere una logica conseguenza, perché se di sicuro la preghiera di Gesù è preziosa agli occhi del Padre, a maggior ragione lo è anche per coloro che si riconoscono come suoi discepoli. Intanto, dovremmo rendere grazie e poi cominciare a pensare ad altro, come suggerisce San Paolo: “…rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.” (dalla Lettera di San Paolo apostolo ai Colossesi)
Non è un estraniarsi dal mondo perché nella concezione cristiana il rapporto tra l’aldiquà e l’aldilà non è un rapporto di equivocità, cioè di dissomiglianza, bensì di analogia. La Santa Pasqua ne dà conferma. E’ per questo, in fondo, che la viviamo con una felicità nel cuore che ogni volta ci sorprende. In questo giorno, in particolare, ci riesce facile credere, ma non illudiamoci, per credere occorre un’umiltà pronta, una semplicità d’animo, un’intelligenza viva, una fede solida.
Condizioni che si costruiscono nella preghiera, purché sia una preghiera continua, purché al levarsi dall’inginocchiatoio si sappia andare nel mondo con la luce negli occhi di chi ha visto il Risorto.
At 10,34a.37-43  /  Sal 117(118)  /  Col 3,1-4  /  Gv 20,1-9
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