sabato 2 novembre 2019

NELLA CASA, LA VITA


Domenica XXXI  T.O. (Anno C)
Guidami innanzi, oscura è la notte, lontano sono da casa (Jphn Henry Newman).
E’ una preghiera rivolta al Signore affinché lo sappia condurre attraverso il tempo, rocce e precipizi, montagne e deserti, attraverso sentieri sconosciuti. Dove verrà condotto, se non verso casa. Perché Gesù ci vuole in casa, nella sua casa che di volta in volta è la Chiesa, la nostra vita, il nostro cuore:
“…Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.” (dal Salmo 144).Nessuno è escluso, tutti possono e devono trovare un posto dove posare il capo e quel posto è la casa, è la famiglia. Qui Lui è presente nell’intimità dei coniugi, che lo hanno chiamato, un po' come Zaccheo, con il Sacramento del Matrimonio.
Oggi non è per niente scontato che un uomo e una donna lascino le loro case per vivere il loro amore secondo la proposta cristiana. Sono in molti che lo vedono passare, le folle oceaniche ai raduni attorno al Papa, quasi tutti hanno anni di catechismo e Sacramenti d’iniziazione vari, eppure ben pochi corrono, mano nella mano i futuri sposi, per vederlo ed invitarlo alla loro casa. E Gesù, come a Zaccheo, dice loro che in quel momento, nel Sacramento del Matrimonio, è con loro e sarà sempre fra di loro. Fuori lascia la “folla” che cerca l’eclatante, i miracoli, il consenso, mentre “dentro”, in “casa”, nell’intimità di una compagnia che è vita e dura per la vita, è il luogo delle rivelazioni e delle confidenze:
“…Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita (dal Libro della Sapienza)
Ecco perché in questa casa non c’è spazio per l’aridità, il deserto, il vuoto. Ecco perché l’amore che zampilla in quella casa è un amore aperto alla vita dove i figli sono il frutto di una fecondità che non è solo biologica. In questo posto si può capire, nella carnalità, nella quotidianità, nell’oblatività, nel perdono, cosa significa la dimensione sponsale fra Cristo e la sua Chiesa. Si tocca con mano l’impegno alla fedeltà, si vive il diritto di educare i figli in conformità con le loro convinzioni morali e religiose. Si riconosce, inoltre, la missionarietà della vocazione al matrimonio quale perno dell’Annuncio nella Chiesa a tutte le genti:
“…Per questo preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata.” (dalla Seconda Lettera ai Tessalonicesi)
Ed è cosa santa perché senza, il rischio di cadere nei tranelli del tran-tran di ogni giorno, la tentazione di chiudersi come su un’isola, sono tentacoli che avvolgono ogni buona famiglia nel vortice dell’indifferenza verso ciò che sta attorno, nella Chiesa come nella società. Per essere degni, dunque, di quella chiamata bisogna continuamente mettersi in gioco, saper correre sempre avanti, salire in alto, indipendentemente dalla statura perché: “…Oggi per questa casa è venuta la salvezza…Il figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.” (dal Vangelo di Luca)
Tutto, infatti, è perduto se non si cancella il peccato dalla vita di ogni creatura, solo il Figlio dell’uomo lo può fare e lo fa ogni qualvolta ci avviciniamo ad un confessionale, oppure quando torniamo a riaprire la nostra casa a Gesù. Allora scopriamo quella tenerezza unica che nel Signore si identifica con la consolazione, con il perdono e la benedizione. E badiamo bene che “invano lavorano i costruttori, se il Signore non costruisce la casa” Dio la regala ai suoi amici anche nel sonno, purché sia la casa della vita.
Sap 11,22—12,2 / Sal 144(145) / 2Ts 1,11—2,2 / Lc 19,1-10
digiemme

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