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domenica 3 aprile 2016

LA SCINTILLA NEL TEMPO

II di Pasqua (Domenica in Albis) 
Festa della Divina Misericordia  
la nostra scintilla .... il dono della vita
Il Signore è il mio aiuto (Salmo), e lo è per la vita di oggi e per la vita di domani. Perché Lui è il… ”Primo e l’Ultimo, il Vivente” (Ap), in Lui c’è l’Alfa e l’Omega, in Lui c’è il tempo, c’è il sempre. Anche noi possiamo entrarci, ma solo con il suo aiuto. Per la verità ci siamo entrati con lo scoccare della nostra prima scintilla di vita, solo con la nostra unica scintilla.
Ciascuno ha la sua, scoccata quella non ce ne sono altre: è la nostra Alfa e Omega. L’inizio della nostra esistenza nella sua Grazia che coincide con il dono della vita.
Per questo ogni volta che questa vita si guasta c’è la possibilità che possa essere guarita (…”e tutti venivano guariti” At) perché il DNA del dono è immutabile e basta poco a riaccenderlo.
Basta un poco di fede nella persona di Gesù. L’hanno sperimentato gli apostoli, lo possiamo sperimentare anche noi nella nostra testimonianza di buoni cristiani.
Occorre, però, lasciare alle spalle l’incredulità, tipo quella di Tommaso. Quest’apostolo, passato, suo
Basaldella di Campoformido
malgrado, ad una maggiore notorietà rispetto agli altri, bisogna proprio capirlo: era triste, sfiduciato, impaurito, come i suoi compagni dopo tutto. E quando Gesù appare agli altri, la stizza accresce e i dubbi lo stesso. Eppure, Gesù entra nelle nostre case chiuse, sprangate, nei nostri cuori serrati, duri come pietre, nelle nostre menti fredde ed ottuse, pronte a mettere tutto in discussione. Anche a me era accaduto più o meno la stessa cosa.
Ero scettico, praticante nella religione, ma durante il servizio militare guardavo con titubanza a quella parvenza di pratica religiosa che si viveva in caserma.
Il cappellano era proprio un buon sacerdote, un parroco di campagna (Basaldella non faceva più di trecento anime) e
si prestava anche a seguire le poche decine di soldati (su 400) che non mancavano alla funzione domenicale.
Acquistò fiducia presso di noi e cominciammo a frequentarlo anche presso il suo paesello. Una sera c’invitò ad una celebrazione eucaristica presso la sua chiesa parrocchiale. Eravamo cinque o sei, non di più, la chiesa semibuia, noi tutti intorno all’altare, lui che celebrava in una condizione a dir poco ispirata, noi idem nella nostra partecipazione. Ad un certo punto, poco prima della consacrazione, mi trovai a domandarmi: se adesso apparisse il Signore in carne ed ossa, io allora gli crederei al 100% e non avrei più alcuna remora nell’affermare che Lui è il Figlio di Dio, fatto uomo, morto e risorto per
...tutto sempre più buio ....
la nostra salvezza. E mi guardavo attorno, tutto sempre più buio, la luce solo sulla mensa, sentivo la preghiera eucaristica in sordina e sentivo dentro di me “…troppo comodo caro mio, sei peggio di Tommaso” e poi l’ostia in alto fra le mani del “sacerdote” e poi il calice in alto come offerta, fino a quando, in ginocchio, sempre dentro di me “…mio Dio, mio Signore”.
Ma, allora, è tutto così semplice?, un cuore aperto, un corpo puro, una mente semplice e, soprattutto, la capacità di dire “mio Dio, mio Signore”…senza pretendere di vedere. Ecco, ora capisco la promessa di Gesù…“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv) e beati noi, quindi, nel tempo, per la vita di oggi e per la vita di domani.
At 5,12-16 / Sal 117(118) / Ap 1,9-11°.12-13.17-19 / Gv 20,19-31

digiemme

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