XXIV DOMENICA del T.O. anno A

IL DEBITO

 Sono io che scelgo se uccidere un bimbo nel grembo di sua madre
se risparmiare invitando i malati e i vecchi a suicidarsi
 Sono io che dimentico il vero senso della vita

 

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Mi hai dato la vita, un angelo custode, una mamma, un papà, una comunità, tutto quanto possa essere utile per corrispondere al tuo Amore in piena libertà. Lo so bene, ma cosa posso farci se ogni tanto vado per la mia strada e rinuncio alle agevolazioni delle tue grazie, divenendo così, di volta in volta, sempre di più tuo debitore. So bene che, prima o poi, te ne dovrò rendere conto. In quel momento sarò scoperto, senza giustificazioni, se non di facciata, di scusanti legate ai condizionamenti del mondo d’oggi. Chiederò, allora, il tuo perdono, in quel confessionale sperduto del mio cuore e ti dirò: “…abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.” (dal Vangelo secondo Matteo)

Poi, la storia prosegue e vedremo come andrà a finire, partendo anche dal presupposto che “la gente è superba quando ha qualcosa da perdere, è umile quando ha qualcosa da guadagnare.” (Henry James)
Invece, il Buon Dio (il famoso padrone del Vangelo) ha un’altra visione delle cose e lo fa sapere attraverso il salmo che canta: “…Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.” (dal Salmo 102)
Infatti, Lui sa trovare quel confessionale sperduto del cuore di ogni servo imprudente e cerca di trasformarlo in un luogo di misericordia, sapendo che “l’umiltà è la virtù più difficile da conquistare; niente di più duro a morire del desiderio di pensare bene di sé stessi.” (Eliot Thomas Stearns)
E’ la prerogativa di chi ritiene cosa buona ogni mezzo per fare valere le proprie ragioni ed il proprio interesse. Siamo in molti a pensarla in questo modo, salvo, magari, alla fine del nostro tempo ripensarci su, alla soglia dell’ultimo giudizio, quando qualcuno tornerà ad ammonirti: “…ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.” (dal Libro del Siracide)
Certo, sappiamo bene, ciascuno tenta di giustificarsi dando la colpa ad altri, alla società, alla politica, ai padroni, ma “ecco gli uomini! Se la prendono con le scarpe, quando la colpa è dei piedi.” (Samuel Beckett)
Siamo noi, sono io che decido quale strada intraprendere, non le mie scarpe. Sono io che scelgo di discriminare con la violenza, se ritenere un diritto uccidere un bambino nel grembo di sua madre, se risparmiare sui costi della sanità invitando i malati, i vecchi a suicidarsi con l’assistenza di ogni confort. Sono io che dimentico il vero senso della vita, che dimentico di quel dono unico e irripetibile di ogni vita, soprattutto perché: “…sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo, infatti, Cristo è morto ed è ritornato in vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.” (dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani)
Cioè, ci dimentichiamo di essere, comunque, parte di un progetto che ci vede protagonisti privilegiati in quanto, fin dal principio, voluti solo per Amore.
Quel servo aveva avuto, di fronte al suo padrone compassionevole, la possibilità di capire il significato della bontà, ma se ne distolse, nonostante le concessioni che gli vennero accordate. Così anche noi, così anch’io, quando girato l’angolo del confessionale, quando usciti dalla Chiesa, ritorniamo ad ammonticchiare il nostro debito. E’ opportuno, a questo punto, ricordarci che fine fece quel servo di cui parla il Vangelo. Suona bene, allora, un pensiero di Charles de Foucauld con riferimento alle beatitudini, per capire quale percorso dovremmo, invece, intraprendere: “Beati coloro che saranno così poveri di spirito, così vuoti di tutto, così pieni di Me!”
Sir 27,33—28,9(nv) [gr 27,30—28,7]  /  Sal 102(103)  /  Rm 14,7-9  /  Mt 14,21-35

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