sabato 16 febbraio 2019

BEATITUDINI E GUAI


Sesta Domenica T.O.(Anno C)
Mi piace andare a vedere vecchi film in bianco e nero dove, non di rado, vi è la classica scena del parroco che dall’alto del pulpito sferza i fedeli presenti con una sfilza di improperi conditi dal “Guai a voi…” di evangelica memoria:
“…guai a voi (ripetuto 4 volte) ricchi…che ora siete sazi…che ora ridete…quando tutti gli uomini diranno bene di voi…”.
Basta immaginarsi la grinta di un Don Camillo per farsene un’idea.
Succede anche oggi, può essere un mantra, di sentirsi dire tutto il male del mondo, ma in fin dei conti i soggetti accusati sono quelli che in chiesa non ci sono. A quelli presenti bisognerebbe, invece, decantare il Salmo:“…Beato l’uomo che…nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. E’ come un albero piantato lungo corsi d’acqua.”

A dire il vero non so quanti di costoro meditano ogni giorno la Parola del Signore, eppure nel panorama odierno già il professarsi cristiano è sufficiente per ergersi come, appunto, un albero su una brulla distesa di arbusti.
E’ una metafora che ben inquadra la condizione di quegli uomini che, come arbusti, stanno ripiegati, incapaci di alzare il proprio orizzonte perché:
“…Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore.” (dal Libro del profeta Geremia).
Una maledizione che si estende a macchia d’olio, che travolge tutto e tutti in una violenza che distrugge la vita di chi è usato solo per piacere o per profitto e disprezzato quando non rientra in questi parametri. Le ultime notizie di cronaca che vedono neonati o bambini piccoli vittime di barbarie come mai si era visto, dimostrano che un mondo che uccide i suoi figli nel grembo delle loro madri è un mondo maledetto. Tanto più che anche tanti, troppi, cristiani sono attivamente impegnati a nutrire quel mondo, ma:
“…Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.” (dalla prima Lettera di San Paolo ai Corinti)
C’è da domandarsi se quell’ammonizione di San Paolo non fotografi nel suo insieme la condizione in cui si viene a trovare una buona fetta della chiesa oggi.
Per tornare a quella figura del sacerdote sul pulpito, quanto sarebbe bello, però, sentirlo anche e soprattutto richiamare il Vangelo:
“…Beati (4 volte) voi…poveri…che ora avete fame…che ora piangete…quando gli uomini vi odieranno…Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.” (dal Vangelo di Luca)
Il sermone avrebbe anche potuto proseguire secondo gli umori del prete, ma l’imperturbabilità dei fedeli sarebbe comunque rimasta proprio nel profondo, perché radicata nel profondo dell’anima, gioia come conseguenza di quel “rallegratevi”.
Se lo dice Gesù Cristo ci sarà pure un motivo. Non è e non sarà da ricercarsi nelle cose di quaggiù.
L’aspirazione di guardare alle cose di lassù ci mette nelle condizioni di essere come un albero alto e maestoso agli occhi di chi ha bisogno di districarsi dagli arbusti.
In fondo non sono i grandi uomini che migliorano l’umanità, ma quegli uomini che migliorando sé stessi, con la Grazia del Battesimo, risanano le ferite di un mondo in caduta libera.
Ger 17,5-8 / Sal 1 / 1Cor 15,12.16-20 / Lc 6,17.20-26

digiemme

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