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domenica 6 marzo 2016

I DUE FIGLI

  Quarta di Quaresima

Baccio Maria Bacci - 1925
Quand’ero bambino, ascoltando la parabola di oggi, m’immaginavo una fattoria, da cui usciva un giovane, ben vestito, che giulivo se ne andava veloce verso la grande città e un uomo, barbuto, avanti in età, lo guardava andare via, mentre altri, indifferenti, si allontanavano verso i campi. E mentre si dipanava l’ascolto del racconto del “Figliol Prodigo”, me lo vedevo ritornare alla porta della cascina, scalzo, magro, straccione, e subito dopo, ben pasciuto, a tavola a mangiare ogni ben di Dio. Mi dicevo, troppo comodo così! Poi finiva la predica del sacerdote e restava solo uno dei “vangeli” più conosciuti della mia generazione. Adesso ci pensano i “…farisei e gli scribi mormoravano dicendo: costui accoglie i peccatori e mangia con loro…”, e il discorso diventa più complicato, ricco di spunti, riflessioni, esegesi varie e chi più ne ha, più ne metta. Uno si domanda: ma sono giuste le osservazioni riportate e che Gesù Cristo sia così premuroso con i peccatori? Direi di sì perché tutto ciò porta all’obiettivo del loro pentimento e della conversione. Anche ai giorni nostri c’è il Vescovo di Roma che sta con i vari Pannella/Bonino and company, centri sociali leoncavalli, politici più o meno “cattolici adulti”, masson giornalai.
Ripete anche lui l’invito pressante del Salmo: “…custodisci la lingua dal male, le labbra da parole di menzogna. Sta’  lontano dal male e fa’ il bene, cerca e persegui la pace” (Sal 33(34)). 
Ho l’impressione che tutto cada nel vuoto, viste le ultime “vendolate” della Bonino. Perseguono nel fare il male e pensano di essere autosufficienti, un po’ come gli israeliti della prima lettura: “…come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò”, cioè, “adesso siamo capaci di fare a meno di te” e perciò il Buon Dio capisce che la manna non serve più. Ci mette, allora, la Misericordia, ma forse anche questa non è sufficiente se San Paolo nella seconda epistola ai Corinti: “…vi supplico, in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio”.
“Vi supplico”, pare di vederlo, in ginocchio, Paolo, constatare il vuoto che dilaga, e ritorna tutto da capo, non rimane che la supplica, cui, sembra di poter capire, corrispose il Figliol Prodigo, così detto perché prodigo per sé e per quelli che gli stavano attorno finché le cose gli andavano bene.
Diviene, quindi, il “Figlio perduto” che: “ritornò in sé … e si alzò..”. Ha risposto a quella supplica, piangendo tutte le più amare delle sue lacrime; “si alzò”, si levò dal sudiciume che sommergeva la sua vita, piena di supponenze e di nefandezze, come quelle dei peccatori d’oggi. A differenza, il figlio perduto, ritrova la strada, la retta via che ritorna alla porta dell’amore paterno.
Il Padre si commuove, è così per ogni padre, per ogni madre, anche per il più imbecille dei figli. “…ebbe compassione..lo ha riavuto sano e salvo..allora uscì…”. Si commuove, addirittura gli corse incontro, si alzò, anche Lui si levò perché non sa rimanere indifferente al sudiciume che sommerge la vita di chi è supponente e diffonde nefandezze e vuole che siano levate dal vivere degli uomini.
Qui entra in gioco il “figlio fedele” che non capisce e…si alzò ed uscì da casa sua.
Questa volta, però, il Padre non lascia che anche questo figlio si perda e lo “supplica” di rientrare: “…tutto ciò che è mio è tuo…”, memore dell’esperienza dell’altro figlio, cosciente che la voglia di libertà, il libero arbitrio può condizionare o comandare la volontà dell’agire.
Il Padre lascia che il figliol prodigo se ne vada, sa che è immaturo, ma non lo segue, non lo fa neppure seguire di nascosto, ne avrebbe la possibilità, non vuole neppure sapere cosa gli succede. E’ la logica della libertà che ciascuno di noi può esercitare. Una libertà che se non è, però, ancorata al “…tutto ciò che è mio, è tuo…”, travolge il tutto, trasforma in niente.
E’ talmente semplice constatare questo fatto, che, allora, si capisce perché niente, comunque,è perduto per sempre, se solo ci si lascia amare da questo Dio, così misericordioso, che addirittura: “…bisogna far festa e rallegrarsi…”.
Anche quando non si capisce in pieno. C’è più gioia in cielo per un peccatore pentito che per
novantanove giusti (Lc 15,7). In terra, le cose, forse non stanno nello stesso modo, ma pensandoci bene, in quell’ “ospedale da campo” che è la vita prima di nascere, non si fa certamente festa per ogni bambino che riusciamo a strappare all’aborto per ogni novantanove che sappiamo rifiutati? Lo sanno bene i volontari del Centro di Aiuto alla Vita, pronti a “commuoversi, ad alzarsi, andare incontro…” per quei figli, dono, sempre e comunque, del Padre.
Gs 5,9°.10-12 / Sal 33(34) / 2Cor 5,17-21 / Lc 15,1-3.11-32

digiemme

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