Le chiavi
A te darò le chiavi del
regno dei cieli.
Dio non comanda
l’impossibile, ma ti ammonisce
di fare ciò
che puoi e di chiedere ciò che non
puoi.
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E’ fuori da ogni dubbio: il successore
dell’apostolo Pietro è il solo ad avere il diritto di detenere le chiavi del
Regno dei cieli. Naturalmente, vale anche per la terra, dove continuano a
vivere uomini e donne per volontà del Signore. Le conseguenze di quel possesso
non sono per niente scontate a causa delle capacità di essere più o meno degni,
da parte dei papi che nei secoli si sono succeduti. Nonostante tutto, il
disegno di salvezza continua a passare proprio attraverso questo incarico, così
come ci ricorda il Vangelo: “…tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la
mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli.” (dal Vangelo
secondo Matteo)
Gesù non parla di una
chiesa in generale, ma della sua Chiesa e l’affida a Pietro, pur sapendo del
suo futuro tradimento e delle sue fragilità. Proprio per questo promette che
gli inferi non prevarranno mai sulla sua Chiesa perché, appunto, pur se
affidata agli uomini, è sua, è lui il capo, è il suo strumento per la salvezza
dei molti che verranno, anche noi, anche la nostra generazione.
Noi in ultima analisi,
siamo chiamati a garantire il possesso di quelle chiavi con la nostra vita, con
la nostra adesione alla vita della Chiesa, al di là di chi la sta conducendo.
E’ una responsabilità che ciascuno deve assumersi per il proprio bene e per quelli
che si amano, sapendo che “Dio non comanda l’impossibile, ma comandando ti
ammonisce di fare ciò che puoi e di chiedere ciò che non puoi.”. (dal Concilio di Tento)
Se neppure questa predisposizione, a fronte
d’incarichi importanti all’interno della Chiesa, della propria Comunità di
appartenenza, fosse asservita, allora che avvenga ciò che indica il profeta: “…ti
toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto.” (dal Libro del profeta Isaia)
Ad onor del vero, questo dovrebbe valere, e
vale, anche per chi ha incarichi sociali e politici. Come pure all’interno
della famiglia, nel rapporto di coppia, in chi è chiamato a fare, o ad indurre a
fare scelte che incidono sulla vita di ogni giorno.
Tutti hanno il loro posto, da dove possono
determinare il futuro della società, come della civiltà. Sono le piccole chiavi
che ciascuno deve saper usare perché, in ogni caso, “alla sera della vita
saremo giudicati sull’amore.” (San Giovanni della Croce)
Quale amore, verrebbe da dire? Quello che ci ha
insegnato Gesù:“…poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose.
A lui la gloria nei secoli. Amen” (dalla Lettera di San Paolo ai Romani)
Basta, infatti, guardarci attorno e gustare la
bellezza che sta nel creato, la tenerezza che sta nell’abbraccio del bimbo
appena nato alla sua mamma, la meraviglia che irrompe nell’innamoramento, nel
“bello che è causa di concordia, di amicizia e di comunione di tutte le cose.”
(Dionigi l’Areopagita)
Ecco, quindi, il modo con cui daremo gloria a
Dio. Non è per niente impossibile, tanto più se ci aggiungiamo la preghiera,
magari lasciandoci guidare dai salmi, come questo che dice: “…Signore, il tuo
amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.” (dal Salmo 137)
Già l’ammettere che siamo opera delle sue mani,
che non siamo frutto del caso, ci carica e ci spinge alla fiducia che il
Signore non ci abbandonerà mai.
Potrà testarci con le tentazioni, così come si
pregava il “Padre nostro”, ma il suo amore non verrà mai meno.
Potremo gustarlo a piene mani perché come
scrive San Bernardo di Chiaravalle, “la tua gioia e la tua tristezza si
convertano a Dio; sarà così se soffrirai e ti rallegrerai soltanto in Lui.”
Fra le tante chiavi del Suo Regno, è questa la
chiave che Gesù ci consegna ogni qualvolta accettiamo di riconoscerlo nel suo
perenne sacrificio.
Is 22,19-23 / Sal
137(138) / Rm 11,33-36
/ Mt 16,13-20digiemme
