XXI DOMENICA del T.O. anno A

 Le chiavi

 A te darò le chiavi del regno dei cieli.
 Dio non comanda l’impossibile, ma ti ammonisce
di fare ciò che puoi 
e di chiedere ciò che non puoi.

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E’ fuori da ogni dubbio: il successore dell’apostolo Pietro è il solo ad avere il diritto di detenere le chiavi del Regno dei cieli. Naturalmente, vale anche per la terra, dove continuano a vivere uomini e donne per volontà del Signore. Le conseguenze di quel possesso non sono per niente scontate a causa delle capacità di essere più o meno degni, da parte dei papi che nei secoli si sono succeduti. Nonostante tutto, il disegno di salvezza continua a passare proprio attraverso questo incarico, così come ci ricorda il Vangelo: “…tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli.” (dal Vangelo secondo Matteo)
Gesù non parla di una chiesa in generale, ma della sua Chiesa e l’affida a Pietro, pur sapendo del suo futuro tradimento e delle sue fragilità. Proprio per questo promette che gli inferi non prevarranno mai sulla sua Chiesa perché, appunto, pur se affidata agli uomini, è sua, è lui il capo, è il suo strumento per la salvezza dei molti che verranno, anche noi, anche la nostra generazione.
Noi in ultima analisi, siamo chiamati a garantire il possesso di quelle chiavi con la nostra vita, con la nostra adesione alla vita della Chiesa, al di là di chi la sta conducendo. E’ una responsabilità che ciascuno deve assumersi per il proprio bene e per quelli che si amano, sapendo che “Dio non comanda l’impossibile, ma comandando ti ammonisce di fare ciò che puoi e di chiedere ciò che non puoi.”. (dal Concilio di Tento)
Se neppure questa predisposizione, a fronte d’incarichi importanti all’interno della Chiesa, della propria Comunità di appartenenza, fosse asservita, allora che avvenga ciò che indica il profeta: “…ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto.” (dal Libro del profeta Isaia)
Ad onor del vero, questo dovrebbe valere, e vale, anche per chi ha incarichi sociali e politici. Come pure all’interno della famiglia, nel rapporto di coppia, in chi è chiamato a fare, o ad indurre a fare scelte che incidono sulla vita di ogni giorno.
Tutti hanno il loro posto, da dove possono determinare il futuro della società, come della civiltà. Sono le piccole chiavi che ciascuno deve saper usare perché, in ogni caso, “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore.” (San Giovanni della Croce)
Quale amore, verrebbe da dire? Quello che ci ha insegnato Gesù:“…poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen” (dalla Lettera di San Paolo ai Romani)
Basta, infatti, guardarci attorno e gustare la bellezza che sta nel creato, la tenerezza che sta nell’abbraccio del bimbo appena nato alla sua mamma, la meraviglia che irrompe nell’innamoramento, nel “bello che è causa di concordia, di amicizia e di comunione di tutte le cose.” (Dionigi l’Areopagita)
Ecco, quindi, il modo con cui daremo gloria a Dio. Non è per niente impossibile, tanto più se ci aggiungiamo la preghiera, magari lasciandoci guidare dai salmi, come questo che dice: “…Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.” (dal Salmo 137)
Già l’ammettere che siamo opera delle sue mani, che non siamo frutto del caso, ci carica e ci spinge alla fiducia che il Signore non ci abbandonerà mai.
Potrà testarci con le tentazioni, così come si pregava il “Padre nostro”, ma il suo amore non verrà mai meno.
Potremo gustarlo a piene mani perché come scrive San Bernardo di Chiaravalle, “la tua gioia e la tua tristezza si convertano a Dio; sarà così se soffrirai e ti rallegrerai soltanto in Lui.”
Fra le tante chiavi del Suo Regno, è questa la chiave che Gesù ci consegna ogni qualvolta accettiamo di riconoscerlo nel suo perenne sacrificio.
Is 22,19-23  /  Sal 137(138)  /  Rm 11,33-36  /  Mt 16,13-20
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